Il live, poi il documentario: sulla musica dei BTS l’onda del K-boom

Non è solo musica pop, il freschissimo ritorno al mega-successo della boy-band BTS (Bangtan Sonyeondan o, anglicizzando, Beyond The Scene) veicolato sabato scorso dalla diretta su Netflix del loro concerto post-reunion e anticipo del nuovo album «Arirang». È una conferma che la coreano-manìa è ben viva nel mondo. Del resto, già da domani, 27 marzo, è previsto un bis: il debutto sulla piattaforma netflixiana del docu-film «BTS – Il ritorno – Il cammino per ritrovarsi».
No, questa è – non solo da ora, ma numeri alla mano, ancor più ora – l’ennesima prova vitale del K-Boom, la marea artistico-cultural-fenomenologica di personaggi musicali e no; produzioni cine-tv; letteratura, tecnologia, costume e altro, provenienti dalla Corea del Sud. Giusto il più recente tassello d’un mosaico mondiale del successo di fenomeni «made in Korea» senza frontiere.
La diretta di «BTS – The Comeback Live – Arirang» (poco più di un’ora di show) che - co-prodotto da Hybe e Netflix (primo live trasmesso dalla Corea) nella sua recente linea di eventi live - ha mostrato al mondo lo storico slargo Gwanghwamun a Seul straripante di fans. E il mondo-streaming ha risposto: la produzione è subito entrata alla decima posizione nella Top Ten netflixiana dei più visti; e su Spotify l’album «Arirang» è diventato con 110 milioni di stream il Miglior Debutto dell’anno e il 12° di sempre.
Il documentario
Ad arricchire il quadro, da domani Netflix proporrà «BTS: il ritorno» del documentarista americano Bao Nguyen, figlio di rifugiati sud-vietnamiti, già autore di «Be Water» (2020) su Bruce Lee, e di «We Are the World - La notte che ha cambiato il pop» (2024, Critics’ Choice Award come Miglior documentario).
La nuova produzione narra le fasi della reunion dei BTS dopo il servizio militare obbligatorio nel loro paese, quella che dopo tre anni li ha riuniti a Los Angeles per due mesi a comporre musica. Il tutto tredici anni dopo l’esordio, ma già consapevoli dell’aver avuto in passato, primo gruppo coreano a farlo, cinque candidature ai Grammy. Conoscendo le attese della fanbase planetaria su cui contano hanno preparato il rientro tra doc, album e prossimo tour: l’Arirang World Tour: 82 live in 34 paesi, Nordamerica ed Europa compresi.
Il fenomeno
Il clamoroso riapparire dei 7 bitiesse (RM, Jin, Suga, J-Hope, Jimin, V e JungKook) è però solo il più recente picco del cosiddetto Hallyu (Onda Coreana). Un fenomeno oggi globale di multiforme affermazione artistico-culturale, ma già avviato negli anni ’90 e via via scandito da crescenti successi del K-Pop musicale; del K-Drama in cinema e fiction tv (si pensi al film-da-4 Oscar «Parasite» del 2019 e alla serie «Squid Game» fra 2021 e 2025 che hanno spinto Deadline, uno dei top siti Usa di spettacolo a varare un podcast intitolato «Hallyuwood»); ma anche della K-Beauty (moda e cosmesi) e dell’oggettistica e arte contemporanea.
Non a caso pochi giorni fa, per «K-Pop Demon Hunters», un cartoon divenuto di culto – di cui è annunciato un sequel e forse una versione con attori – grazie al successo che ne ha fatto su Netflix il film più visto (482 milioni di views in 6 mesi), sono arrivati i due Oscar per Miglior Film d’animazione e, con «Golden», Miglior canzone originale. Ne è passato di trempo da quando RM, leader della boy-band, si lamentava: «Quando dicevamo d’essere artisti della Corea ci chiedevano dove fosse e se eravamo del Nord o Sud»...
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Buongiorno Brescia
La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.










