Branduardi a Brescia con il cantico francescano: «Un concerto intimo»

Un tuffo nel passato di 800 anni per riscoprire i valori che dovrebbero accompagnare il lieto vivere: questo il viaggio proposto da Angelo Branduardi, di scena venerdì 7 marzo alle 21.15 al teatro Clerici di Brescia (biglietti su Ticketone e Ticketmaster) con il primo appuntamento del nuovo tour «Il Cantico», chiaramente ispirato all’omonimo componimento di san Francesco, datato appunto 1225.
Un progetto inedito, che ben si sposa con l’indole del rinomato cantautore 75enne «sempreverde», incline a valorizzare il Creato nelle sue varie opere.
Maestro, cosa l’ha portata a cimentarsi con un testo scritto nel XIII secolo?
Sono stati i frati francescani a darmi il «la», sulla scia dell’album «L’infinitamente piccolo» che ho pubblicato nel 2000: io non ci avrei mai pensato. Eppure, redatto otto secoli fa, «Il Cantico» di San Francesco ha una grande rilevanza per la nostra cultura: è la prima poesia della letteratura italiana.
E come si è trovato a contatto con l’opera?
Totalmente a mio agio. Addentratomi nel progetto con umiltà e un approccio filologico, ho impiegato davvero poco tempo per lavorare allo spettacolo: è capitato che impiegassi anni per una singola canzone, invece stavolta è scaturito tutto in modo naturale in soli tre mesi.
Ha trovato una connessione con il Poverello di Assisi?
Siamo ben diversi ma, cercando affinità, mi piace il fatto che Francesco amava girare tra la gente con un bellissimo oboe di ebano e di argento, regalatogli dal suo «mortale nemico», ovvero il sultano di Babilonia. Adorava quello strumento e non se ne separava mai: aveva del resto un legame indissolubile con la musica. Ecco, in questo mi ritrovo molto vicino ed è un enorme piacere riprendere ciò che ha prodotto e poterlo condividere con il pubblico nel 2025.
Cosa porta dunque sul palco?
Lo definirei un concerto intimo ma coinvolgente, che tenta di trasmettere un messaggio di pace, oltre al rispetto dell’ambiente e del vivere nel bene; temi tanto cari a Francesco e di cui oggi c’è sempre più bisogno.
È da solo ad esibirsi?
«No, in mia compagnia c’è una band formata da polistrumentisti formidabili con Fabio Valdemarin (piano a coda, tastiere, fisarmonica, chitarra), Nicola Oliva (chitarre), Stefano Olivato (contrabbasso, basso acustico, chitarre, armonica a bocca) e Davide Ragazzoni (batteria).
E questo appuntamento che tappa ricopre nella sua lunga carriera?
Nonostante abbia un bagaglio notevole immagazzinato qua e là per il mondo, è una bella esperienza, affascinante e stimolante.
Ci sarà comunque spazio per ascoltare i suoi successi di repertorio?
Certo che sì, altrimenti non mi fanno nemmeno entrare in teatro (ride, ndr). Le mie canzoni più conosciute sono in scaletta nella seconda parte dello spettacolo, dove ho il piacere di riprodurre anche brani maggiormente di nicchia, già incisi ma mai eseguiti dal vivo: sì, ritengo sia l’occasione buona per rispolverarli.
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