«Ai popoli non bisogna parlare normalmente né di libertà, né di forza, ma di giustizia». È il pensiero del giovane mons. Giovanni Battista Montini; le sue riflessioni, dal titolo «Politica» («Studiare l’identità e la diversità fra l’atteggiamento univoco del comunismo e quello dell’imperialismo di fronte agli istituti subalterni allo Stato»), sono da scritte a mano su un foglietto a quadretti ingiallito dal tempo recentemente trovato dall’Istituto Paolo VI di Concesio durante il prezioso lavoro di archiviazione (appunto) degli straordinari scritti montiniani custoditi dal centro studi. L’inedito è stato pubblicato nell’ultimo numero del notiziario dell’istituto.
Libertà
Il testo non è datato, ma è riconducibile agli anni Venti-Trenta del Novecento e ci consegna una visione sulla storia, per aiutare a leggere i tempi e scongiurare le conseguenze di quando «la libertà individuale», scrive Montini con «il tratto del fine giurista» (sottolinea padre Francesco Occhetta), diventa esclusiva. L’antidoto, sottolinea il futuro san Paolo VI, è una giustizia senza spada, fondata non contro, ma in relazione a qualcuno. «Nel tempo in cui scrive l’appunto - spiega il gesuita padre Occhetta - in Italia non vige ancora la democrazia, ma Montini pone le basi ermeneutiche e antropologiche per fondarla. Ogni volta infatti che il governo del popolo, il kràtos, umilia il dèmos, allora il forte diventa l’alternativa». Montini elenca le cause che portano a questa dinamica politica: «Rivoluzione, nuove legislazioni, prevalenza dei poteri centrali, soppressione di istituti intermedi fra l’individuo e lo Stato, costituzione personalista data ad un regime politico».




