Il vescovo Tremolada: «Il Giubileo bresciano guarda agli ultimi»

Monsignor Pierantonio Tremolada, papa Francesco ha dedicato il Giubileo del 2025 alla speranza. Come si può continuare a sperare in un tempo nel quale tutto sembra invitarci alla rassegnazione?
Pellegrini di speranza è il titolo dell’Anno Santo scelto dal Pontefice. Voglio sottolineare che la speranza deve poggiare sulle opere di carità (segni evidenti di difesa della giustizia, sostegno ai più deboli, riconciliazione tra le persone, per fare alcuni esempi), e questo vale oggi più che mai con le guerre in Ucraina e in Terra Santa che ci sconvolgono particolarmente. Si può guardare con speranza al futuro perché ci sono dei segnali positivi nel presente, delle certezze su cui basarci; altrimenti staremmo parlando solo di un’illusione.
Una speranza che ci chiede quindi di metterci in gioco. È così?
Esatto, non possiamo guardare al tempo prossimo senza far nulla, senza impegnarci in prima persona: questa non è speranza, ma incertezza. Si può sperare perché si tocca con mano qualcosa che ci permette di immaginare che l’avvenire sarà positivo. Poi, certo, interviene anche la nostra fede che ci dice che, comunque, a garantire la nostra speranza è l’amore di Dio.
Il Giubileo, come la Chiesa stessa, è qualcosa che attiene alla spiritualità, ma ha una dimensione anche concreta, che incide nella vita delle persone e nella storia. Come opera segno del Giubileo del 2000, la Diocesi, tramite la Caritas, creò la Mensa Menni, oggi fondamentale più che mai. Avete già pensato a un segno per il Giubileo che inizia?
Abbiamo pensato a progetti che intervengano su tre fronti: i senzatetto, i carcerati, gli anziani soli. Quegli ultimi verso i quali papa Francesco continua a chiederci attenzione, impegno e vicinanza.
Nei giorni scorsi è stato presentato quello dedicato ai senzatetto, ovvero un aiuto sul fronte sanitario. In cosa consiste?
Il progetto si chiama «Insieme per la cura» e punta a farsi carico delle necessità medico/sanitarie dei senza fissa dimora, ma non solo: vuole, appunto, prendersi cura di loro da ogni punto di vista. Tre i principali obiettivi: migliorare l’accesso ai servizi sanitari e socio-assistenziali delle persone senza fissa dimora in condizioni di fragilità sociale, fornendo degli interventi di primo livello nelle sedi ospitanti le persone e, dove necessario, presso gli enti erogatori; creare un sistema di supporto integrato che garantisca continuità assistenziali post-ospedalizzazione; promuovere la collaborazione e la comunicazione tra le strutture ospedaliere, i servizi sociali, le organizzazioni non-profit e le istituzioni locali.
Passiamo al carcere, ci può spiegare la sua iniziativa?
Il progetto si chiamerà «Via dei Bucaneve, 25: la libertà trova casa» e lo realizzeremo con Caritas e con Vol.Ca (Volontariato Carcere). Ci muoveremo su due fronti: il primo riguarda un supporto per chi lascia il carcere e deve reinserirsi nella società. Non è cosa facile, anzi. Le esigenze cui far fronte concretamente sono casa e lavoro. Poi c’è anche la questione delle relazioni, perché spesso le persone non hanno o non possono tornare in famiglia, anche perché i reati possono essere stati commessi proprio verso i parenti. Il secondo riguarda invece l’assistenza a chi è ancora in carcere.
Un campo d’azione molto vasto, come vi muoverete?
Per trovare le abitazioni coinvolgeremo le parrocchie e l’affitto sarà pagato grazie al lavoro che verrà trovato per gli ex detenuti. Ovviamente un’attività di questo tipo ha bisogno di una figura che se ne occupi professionalmente; lo stipendio di questa persona verrà garantito per tre anni da Fondazione Opera Caritas San Martino. Questo professionista sarà il coordinatore del progetto e farà da referente tra le varie realtà.
La drammatica situazione di Canton Mombello ci dice però che anche chi è in carcere ha grossi problemi. Farete qualcosa anche per loro?
Certamente, la pastorale carceraria è per noi già un impegno concreto. Come opera segno vorremmo anche costituire un fondo per far fronte ai bisogni personali dei detenuti, quelli legati al loro vivere quotidiano. Sono persone che non hanno letteralmente nulla e, quasi sempre, anche nessuno fuori che si occupi di loro.
Come reperirete i fondi?
Abbiamo anche deciso di istituire una giornata di preghiera per le carceri, l’abbiamo individuata nella domenica della Divina misericordia che nel 2025 si celebrerà il 27 aprile. Il fondo verrà poi utilizzato dai nostri cappellani e dai volontari, sono loro che entrano in carcere e conoscono al meglio le varie necessità.
E poi gli anziani soli, cosa fare in questo caso?
Questa più che un’opera la definirei una sollecitazione che rivolgo ai sacerdoti e a tutte le parrocchie. In ogni comunità si dovrà fare una mappatura, appunto, degli anziani soli. Sono moltissimi, ma troppo spesso non lo sappiamo; per varie ragioni loro non chiedono aiuto. Per questo io dico: andiamo noi nelle loro case.
Non si prospetta una cosa facile.
Ne sono ben consapevole, stiamo parlando di persone particolarmente fragili, che magari non vogliono neppure essere aiutate. Io però ho un’altra certezza, se vai da un anziano a suonargli, se ti approcci con gentilezza, se gli tendi la mano. Ecco: sicuramente ti aprirà la porta. E dico ancora, noi comunque tentiamo, già questa è una bellissima cosa. Non solo, sarà anche l’occasione per ritrovare il senso sociale, se così possiamo dire, delle parrocchie.
Va detto che il volontariato non vive un momento facile, neppure nelle parrocchie.
È certamente così e io lancio un’ulteriore sfida: in questo progetto coinvolgiamo i giovani, spieghiamogli il senso dell’iniziativa, portiamoli con noi e appassioniamoli. Io credo che tutto ciò sia possibile. Vorrei poi aggiungere una riflessione sugli anziani.
Ci dica.
È urgente che si cambi l’approccio che abbiamo verso la terza età, ma ormai anche la quarta. La società, ce lo dicono le statistiche, ma lo vediamo tutti, invecchia sempre più; le riflessioni su questa evoluzione sono spesso negative, o comunque così è il sottotesto. Io invece dico: perché dobbiamo guardare agli anziani come una specie di età negativa della vita? Non lo è, diciamolo con forza.
Un cambiamento mentale necessario, anche da un punto di vista utilitaristico: gli anziani del futuro saremo noi.
Anche in questo caso, serve l’impegno concreto di ognuno di noi. In questi decenni abbiamo scoperto l’importanza dell’infanzia. Quando ero bambino io non era certo così. Ora io dico che è il momento in cui scoprire l’importanza della vita degli anziani. Noi rischiamo di interpretare il fenomeno da un punto di vista puramente sociale come un problema. Ma non è un problema, anzi: queste persone sono risorse fondamentali, anche nella gestione della famiglia.
La saggezza degli anziani è peraltro oggi necessaria più che mai.
È il tempo nel quale tu raccogli il frutto di una vita, come spesso diciamo. C’è una ricchezza che viene dall’esperienza, una saggezza che sarebbe molto utile ai giovani in questo momento in cui sono anche un po’ disorientati. Non dimentichiamo che i nonni sono figure fondamentali.
Lei ha indicato speranza, gioia e comunione come parole chiave della visita giubilare che farà in tutta la Diocesi il prossimo anno. Come la vivrà e cosa si aspetta?
Abbiamo già calendarizzato 19 visite sul territorio, accorpando le zone pastorali che in Diocesi sono 32. Negli incontri ascolterò e ribadirò quanto detto per i progetti che coinvolgono le parrocchie. E ancora, le parrocchie sono un patrimonio troppo importante per rischiare che vada disperso, ma certamente devono imparare a vivere meglio il rapporto tra di loro nella linea delle unità pastorali. Vorrei che il prossimo anno fosse l’occasione concreta per mantenere viva quella speranza a cui papa Francesco ha, appunto, dedicato il Giubileo.
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