Il santuario di sant’Angela Merici, fulcro di una storia tutta bresciana

Sono passati cinque secoli ma è ancora nitida l’impronta di sant’Angela Merici nel cuore della città, nella sua storia e nell’arte, nelle opere e nel messaggio di rivoluzionaria novità. Un’impronta che emerge con tutta la sua forza nel libro «Il santuario di sant’Angela Merici. Storia di una chiesa da luogo di martirio dei santi bresciani a sorgente del rinnovato umanesimo cristiano al femminile» (Bams editore, 220 pagine).
La presentazione
Il volume sarà presentato martedì 23 gennaio, alle 18, nella chiesa di San Faustino ad sanguinem, in via Crispi 19, con la partecipazione degli autori dei numerosi saggi raccolti, a cura di Gianpietro Belotti, di studiosi di archeologia e storia, arte e spiritualità: Monica Ibsen, Giuseppe Fusari, Angelo Baronio, Francesca Brizzi, Maria Cristina Barbieri, Ileana Maffoni, Ilaria Volta, Giuseppina Pelucchi, Marco Sannazaro, Anna Maria Volta Panseri.
Fuori dalle mura
Il santuario è il fulcro di questa storia tutta bresciana, a testimonianza che il carisma mericiano si innesta in una radice che già aveva quasi mille anni. La chiesa oggi dedicata a sant’Angela sorgeva un tempo fuori dalle mura di Brescia antica, quel complesso è documentato dalla metà del XII secolo ed è legato alla memoria del martirio e delle reliquie dei santi Faustino e Giovita, le cui tracce risalgono al VI secolo e a papa Gregorio Magno.
Monica Ibsen ricostruisce le affascinanti vicende di quel luogo dedicato prima ai patroni cittadini e poi a sant’Afra. Reperti preziosi sono venuti alla luce durante gli scavi del 1953-55, dopo il tremendo bombardamento del marzo 1945. Scrive la Ibsen che «il sito per oltre un millennio ha avuto uno straordinario rilievo per la storia religiosa di Brescia e per il culto dei santi cittadini, attirando così l’insediamento di comunità religiose: dapprima la Comunità canonicale, quindi i domenicani e poi nuovamente i Canonici Lateranensi, fino al 1768».
Ai canonici si deve il totale rifacimento della chiesa, voluto dall’abate Ascanio Martinengo da Barco, che nel 1580 affidò il disegno portante a Pietro Maria Bagnadore e fece di quella chiesa una sorta di personale pinacoteca - come illustra l’ampio saggio di Giuseppe Fusari - coinvolgendo i grandi dell’arte di Venezia, quali Tintoretto, Veronese, Palma il giovane e Jacopo Bassano, accanto a Procaccini e Paolo da Caylina, solo per citare i maggiori.
Aura di santità
In questo luogo, già particolarmente carico di significati, si è innestata la vicenda di Angela Merici, che proprio qui diede vita alla Compagnia di Sant’Orsola. Tra il 1531 e il 1532, prima quindi della grande ricostruzione, Angela si trasferì in alcune stanze del chiostro di Sant’Afra, messe a disposizione dai Canonici. Già la avvolgeva un’aura di santità. Dopo un’infanzia segnata dalla prematura morte della sorella e dei genitori, la giovane, nata a Desenzano nel 1474 (o forse nel ’77), approdò a Salò, prima dagli zii materni e poi nel convento di San Bernardino, avendo abbracciato la vita dei Terziari Francescani. A Brescia giunse nel 1516.
L’ambiente cittadino, ricco di fermenti, diede una svolta radicale alla sua esistenza. Entrò nella casa di Agostino Gallo, il padre dell’agronomia italiana. E iniziò i pellegrinaggi che la portarono in Terra Santa (storia travagliata ed emblematica: a Candia, l’attuale Creta, Angela perse la vista e rimase cieca per l’intera durata del viaggio), a Roma e a Milano.
Ma è a Brescia che tornò per lanciare la sua rivoluzionaria sfida: stare nel mondo senza essere del mondo. Spiega Gianpaolo Belotti che l’ideale della Compagnia è di «santificare la propria esistenza nelle infinite forme nelle quali si esplica l’ingegno femminile... Spiritualità audace, ispirata a quella della Chiesa primitiva, ma dirompente nella società rinascimentale». Il suo ideale, tutto incentrato sul protagonismo femminile, suscitò reazioni e ostilità: paventando i pericoli del mondo, molti, fra le autorità del tempo, cercarono di imbrigliare la compagnia e riportarla in convento. Ma così non sarà.
Dopo cinque secoli l’ideale di sant’Angela Merici - beatificata nel 1768 da Clemente XIII e canonizzata nel 1807 da Pio VII - è rimasto vivo. E non solo a Brescia. Come sottolineano monsignor Gaetano Fontana e Maria Teresa Fenaroli, rispettivamente guida spirituale e attuale superiora della Compagnia di Sant’Orsola. «Vivere la gioia e la libertà del Vangelo», scrive Giuseppina Pelucchi illustrando i tratti ancora attualissimi di questa scelta di vita.
Il volume, con un ricco apparato fotografico (Bamsphoto Rodella e Franco Rota, accanto a immagini dell’archivio delle Angeline), offre anche un panorama completo della presenza mericiana a Brescia.
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