Il Giardino dei ciliegi all’Odeon: «Un Čechov moderno e mai scontato»

Torna al Teatro Odeon di Lumezzane domani, mercoledì 20 novembre, il regista Leonardo Lidi con l’ultima tappa del suo Progetto Čechov. Dopo «Il Gabbiano» e «Zio Vanja», è la volta del «Giardino dei Ciliegi», considerata l’opera più celebre del grande drammaturgo russo. Spettacolo alle 20.45; posti ancora disponibili; biglietti (25-21 euro) su vivaticket o in biglietteria dalle 20.
Abbiamo sentito Francesca Mazza, che in scena è Ljubov’ Andreevna, per parlare dello spettacolo.
Francesca, cosa dobbiamo aspettarci da questa trasposizione e cosa vedremo in scena?
Trovo che sia bello che il pubblico si disponga alla sorpresa. Sicuramente questa messa in scena ha caratteristiche particolari, il modo in cui viene affrontato il testo di Čechov non è scontato. Però non voglio rovinare al pubblico il piacere di essere sorpresi di fronte a una lettura non convenzionale, ma che non ha nulla di provocatorio.

Chi è Ljuba e cosa rappresenta per lei il giardino?
Ljuba è un personaggio molto complesso. Una delle indicazioni che Leonardo Lidi mi dava durante la preparazione dello spettacolo è che Ljuba – ma anche la sorella Lenja, ruolo che è stato migrato dal maschile al femminile – sono due personaggi che rotolano nella vita, assistendo a questa rovina. Sono impreparate alle novità che la società russa stava vivendo a quel tempo. La servitù della gleba era stata abolita e quindi i nobili si erano trovati a gestire cose che non avevano mai gestito prima e senza esserne in grado. Lenja e Ljuba – ma soprattutto Lenja – si danno da fare per salvare quello che è rimasto, ma non ce la fanno, sono inconsistenti. È come se non riuscissero ad affrontare la realtà che hanno di fronte, subiscono il destino che le attende. Ljuba dice spesso cosa rappresenta il giardino: è la sua infanzia, la sua innocenza, il suo passato e quello della sua famiglia. Ma non fa il necessario per salvarlo, non è in grado di farlo.
Come è stato lavorare su un progetto lungo tre anni, con tre spettacoli differenti e con tre messe in scena così diverse?
Lavorare su questo progetto è stato un regalo, un’esperienza magnifica. Abbiamo lavorato per tre anni sullo stesso autore, su tre testi diversi, con la stessa compagnia di colleghi, misurandoci con ruoli diversi ma in un contesto molto protetto, che è stato quello del Teatro Stabile dell’Umbria, che ha sostenuto questo progetto con grande convinzione e affetto, cosa non secondaria per noi attori, che spesso ci troviamo a lavorare lontani da casa e non sempre in situazioni così accoglienti. Ci siamo sentiti veramente sostenuti. Il processo ruotava intorno all’idea di Leonardo Lidi della centralità dell’attore. Per un attore stare tre anni dentro a un progetto restituisce tutta la responsabilità di stare in scena. Naturalmente è una gioia interpretare certi ruoli e dare anima e corpo a certe battute, però è anche una grande responsabilità che ci coinvolge profondamente. Per questo è stata un’esperienza magnifica e siamo tutti sulla soglia della commozione perché sta per finire. Ma questo è il nostro lavoro: il sipario si apre e si chiude e in mezzo c’è la vita che portiamo. Speriamo che si aprano ancora tanti sipari.

Čechov è un classico che però sa essere enormemente contemporaneo. Quale pensa sia l’eredità di Il giardino dei ciliegi e perché è ancora così rilevante oggi?
Čechov è contemporaneo come sono contemporanei tanti autori che vengono considerati classici. Sicuramente la lettura di Leonardo Lidi lo avvicina molto a noi, non solo dal punto di vista visivo che è molto attuale (siamo in ambiti moderni e quindi non c’è quella distanza che a volte anche l’aspetto estetico crea). L’altro giorno, alla fine della prima milanese, mi hanno avvicinato delle persone e mi hanno detto che questo testo parla ancora tanto. Parla di questo timore di lasciare andare le cose a cui siamo legati, e non è solo un fatto di età, tutti abbiamo dei legami, abbiamo dei ricordi, abbiamo cose che fatichiamo a lasciare. Ma la vita è questa e ci insegna che arriva un momento in cui dobbiamo lasciare andare e accettare che le cose cambino. È l’accettazione vista comunque un traguardo. Aggiungo che la lettura di Leonardo Lidi fa molto riferimento al teatro attuale. Per lui il giardino è proprio il teatro. Per questo ci invitava continuamente ad immaginare questo dialogo diretto col pubblico che è il nostro giardino da salvare. Nelle note di regia Leonardo dice che ci sono giardini in cui le ciliegie maturano un anno sì e un anno no e poi non le vuole nessuno. Ecco, noi vogliamo salvare queste ciliegie e sperare che possano continuare a nutrire e ad essere gradite.
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