Cultura

Frankenstein nato in Italia? La storia di Aldini e i suoi cadaveri

Alla biblioteca di Storia delle Scienze dell’Università Cattolica di Brescia c’è la documentazione sui tentativi di rianimazione effettuati dallo scienziato: potrebbero avere influenzato Mary Shelley
Una delle tavole conservate in Cattolica
Una delle tavole conservate in Cattolica
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Nella Biblioteca di Storia delle scienze Carlo Viganò dell’Università Cattolica di Brescia, c’è prova che ottocenteschi esperimenti di animazione con impulsi elettrici su corpi umani senza vita, condotti in pubblico dallo scienziato Giovanni Aldini (1762-1834), potrebbero avere ispirato a Mary Shelley la figura del «mad doctor» Victor Frankenstein che nel romanzo «Frankenstein» (di cui ora su Netflix c’è l’ennesima cine-trasposizione, di Guillermo del Toro) dà vita con l’elettricità a un essere umanoide creato con parti di cadaveri.

I reperti concernono le dimostrazioni, per certi aspetti veri horror show, condotte da Aldini, nipote di Luigi Galvani, cioè del teorizzatore, in polemica con Alessandro Volta, della relazione fra elettricità e vita (il «galvanismo», cioè l’elettricità biologica a suo dire comprovata dalla reazione dei muscoli d’una rana morta).

Oscar Isaac è Victor Frankenstein nel film diretto da Guillermo del Toro - Foto Netflix
Oscar Isaac è Victor Frankenstein nel film diretto da Guillermo del Toro - Foto Netflix

Attività scientifica

Nei primi dell’Ottocento Aldini produsse esperimenti pubblici dimostrativi in Europa, sostenendo la possibilità di ri-animare animali e cadaveri umani nell’ambito del cosiddetto «elettricismo».

«Fra i nostri materiali storico-scientifici – ci conferma Pierangelo Goffi, responsabile di Biblioteca e Raccolte Storiche della Cattolica a Brescia – abbiamo varie pubblicazioni su quell’attività e anche una sua lettera». Si tratta di molti volumi sull’elettricismo, testi di Galvani e Volta compresi, e alcuni riguardano proprio l’attività dimostrativa-divulgativa di Aldini: «Tra i 22 volumi degli “Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti” pubblicati a Milano nel 1778 e 1783 – precisa Goffi – figurano due suoi scritti in difesa delle teorie galvaniane: nel volume 17 “La memoria intorno all’elettricità animale”; nel 19 la “Lettera intorno all’elettricità animale”. E nella pubblicazione più completa in materia, “Essai theorique et experimental sur le galvanisme, avec une série d’experiences faites en presence des commissaires de l’Institut National de France, et en divers amphiteatres anatomiques de Londres” pubblicata a Parigi nel 1804, c’è il resoconto, con tavole illustrative, delle sue dimostrazioni».

Nella bresciana Collezione di autografi di scienziati c’è infine una lettera autografa datata Bologna 15 novembre 1800 in cui chiede a un libraio un testo sulla natura animale e cita l’opera omnia del botanico e naturalista felsineo Ulisse Aldrovandi (1522-1605): «Alcuni di questi volumi stampati con splendide incisioni nel ’600 e giacenti alla “Viganò” – evidenzia il dottor Goffi – costituiscono la più significativa raccolta di sapere naturalistico del Rinascimento».

Le fonti bresciane

Le fonti di Brescia, dunque, attestano un’attività scientifica che, seppur non per esperienza diretta per ovvi limiti anagrafici (Mary Wollstonecraft Godwin, poi sposa di Shelley, nacque nel 1797...), potrebbe aver influenzato Mary nella notte del maggio 1816 a Villa Diodati di Ginevra quando – nel gioco d’inventare storie gotiche con l’adorato compagno e poeta Percy Bysshe Shelley, con lord George Byron e col medico John William Polidori (che s’inventò «Il vampiro» – la non ancora 19enne nascente scrittrice ideò il suo «Frankenstein», poi pubblicato nel 1818 (anonimamente con prefazione di Percy Shelley) e rieditato con firma dell’autrice nel 1823.

Romantica e ribelle. Un celebre ritratto di Mary Wollstonecraft Godwin Shelley
Romantica e ribelle. Un celebre ritratto di Mary Wollstonecraft Godwin Shelley

Il padre di Mary – il filosofo e politico William Godwin – le narrò di certo la famosa dimostrazione di Aldini a Londra nel 18 gennaio 1803 ai chirurghi del Royal College of Surgeons. Lo studioso bolognese applicò elettricità al corpo – integro dopo quelli ghigliottinati ottenuti in Francia – di George Forster, impiccato per aver ucciso moglie e figlio. Fonti d’epoca, fra cui la gazzetta del carcere londinese che fornì il cadavere, così descrissero l’evento: «...La mandibola cominciò a vibrare, gli occhi si aprivano e chiudevano e il viso era scosso da orribili spasmi, finché l’intero corpo prese a muoversi tra orribili convulsioni e la testa a muoversi».

Aldini, dunque, fece più o meno ciò che, 13 anni dopo nella creatività gotica e nella prosa di Mary Shelley, avrebbe fatto l’immaginario dr. Frankenstein: instillare vita a una Creatura composta di resti umani ormai inerti.

Influenza plausibile

Anche Valentina Varinelli, che insegna Letteratura inglese alla Cattolica di Brescia, ritiene plausibile l'influenza in «Frankenstein» degli esperimenti di Giovanni Aldini sui cadaveri: «Il romanzo nasce – spiega l'esperta di vita e scrittura di Mary Shelley – in un contesto culturale d’attenzione alla ricerca scientifica. Mary, cui il padre dà accesso alla sua ricca biblioteca, è intelligente e informata, segue il dibattito sull'idea che l'elettricità possa ridare vita a un corpo morto; la perdita della prima figlia prematura ha acuito la sensibilità al tema e col medico Polidori a Ginevra parla certo di quella suggestione. Nel suo testo non esplicita come prende vita la Creatura, ma s’intende che sia con l’elettricità: perciò lo si considera il primo romanzo di fantascienza. Oggi sappiamo che l’ipotesi galvanica di rigenerare la vita era infondata, ma allora era dibattito aperto: di certo l’immaginario di Mary elaborò tutto ciò in “Frankenstein”».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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