Frankenstein di Del Toro, «sogno che parla del rapporto padre figlio»
«Questo film per me è un sogno. Anzi di più: una vera e propria religione. Sono cresciuto cattolico, e vedere Boris Karloff sullo schermo è stato come vedere il Messia. Mi sono allenato trent’anni per realizzarlo, perché ho sempre voluto raccontare questa storia nelle giuste condizioni, sia creative che economiche. Ora che l’ho fatto, soffro di depressione post-partum». Ironico e istrionico, Guillermo Del Toro parla così di «Frankestein» all’incontro con la stampa, caratterizzato da alcuni (inusuali) problemi con i microfoni, che hanno consentito al regista messicano anche un paio di esclamazioni in italiano. E se cita il leggendario attore che fu protagonista della seconda e più celebre trasposizione del romanzo gotico di Mary Wollstonecraft Shelley (diretta nel 1931 da James Whale; la prima fu un cortometraggio muto del 1910), non è per creare un parallelo con la sua opera, ma per richiamare la genesi di una passione inesausta.

Da horror a melodramma
Il «Frankestein» di Del Toro, più che un horror, è infatti un potentissimo melodramma dalla messa in scena sontuosa, una fiaba nera che va oltre la misteriosa cupezza che l’ammanta, per esprimersi in una visionarietà senza confini, guardando allo spirito del testo letterario più di ogni precedente cinematografico. Dunque, interrogandosi su come nel mondo ci siano «tante persone che guardano gli altri nel modo sbagliato» e sul ribaltamento di prospettiva rispetto al «mostro», come già aveva fatto con «La forma dell’acqua», che proprio a Venezia, nel 2017, prese la rincorsa per incamerare (dopo il Leone d’Oro) anche quattro premi Oscar.
Il racconto
L’azione comincia nell’estremo Nord europeo, poco oltre la metà del 19º secolo. Al capitano di una nave danese, dal cui equipaggio è stato soccorso, lo scienziato Victor Frankestein (un febbrile Oscar Isaac) racconta la propria parabola da moderno Prometeo, che ha trovato il modo di riaccendere la scintilla vitale in corpi morti. Ma sarà proprio la creatura (Jacob Elordi) di cui è stato il demiurgo a completare curiosamente la narrazione, offrendo una prospettiva differente alla vicenda.
Accompagnato da buona parte del suo cast (oltre a Isaac ed Elordi, sono al Lido Christoph Waltz e Mia Goth), Del Toro argomenta: «Le pagine di Mary Shelley parlano di tante cose. Ma il tema che sento più vicino a me è la relazione tra un padre e un figlio, perché questo sono Victor e la creatura. Diventando padre a mia volta, ho compreso ancora meglio questo rapporto».
La scelta
Proseguendo, il cineasta è entrato nel dettaglio della singolare fisicità con cui ha rappresentato la creatura: «Volevo qualcosa di bello, come una statua di alabastro, senza evidenziare i punti di sutura. Non era mia intenzione fare un film spaventoso, ma raccontare un’emozione profonda».
La chiosa di Del Toro sui «mostri» di oggi sarebbe probabilmente piaciuta a Dino Risi: «Sono quelli in giacca e cravatta, che attraverso il denaro e il potere credono di poter controllare la scienza e la vita stessa. Ma è l’amore il motore del mondo, solo l’amore ci salverà». Prodotto da Netflix, «Frankestein» uscirà nelle sale il 17 ottobre, mentre sarà sulla piattaforma tv dal 7 novembre.
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