Franco Arminio: «Il paesaggio è malato, ma può comunque guarirci»

Franco Arminio è ormai un ospite abituale delle estati bresciane. Il poeta e «paesologo» irpino, appassionato cantore e difensore dei paesi della montagna meridionale a rischio di abbandono – quelle «aree interne» che lui preferisce chiamare «aree intense» –, sarà domani, mercoledì, alle 20.45 a Idro per la terza edizione del Cult-Cura Festival organizzato dall’associazione Biùcultura. Tornerà poi domenica 21 luglio, a Bompensiero nel territorio di Villachiara, per una doppia «passeggiata filosofica» al festival Filosofi lungo l’Oglio.
Arminio leggerà i testi dell’ultimo libro, «Canti della gratitudine» (Bompiani, 192 pagine, 18 euro), in incontri che in genere hanno poco delle classiche presentazioni con autore: sono piuttosto piccoli riti comunitari, in cui il pubblico – Arminio ha un seguito di molti lettori – viene sollecitato dal poeta a intervenire in tanti modi, anche cantando insieme. Gli abbiamo chiesto qualche anticipazione.
Arminio, il richiamo alla gratitudine è sulla stessa linea dell’attenzione al «sacro minore» o alla «cura dello sguardo» invocate in libri precedenti?
Sì, è sempre lo stesso tentativo di fare attenzione al marginale, al trascurato. Da alcuni anni vado svolgendo questa indagine sui luoghi, e ho capito che sono ammalati ma possono anche guarirci. Ieri, ad esempio, sono andato in un paese vicino al mio; avevo un umore un po’ mesto e il paesaggio mi ha letteralmente curato. Il giallo dei campi, l’azzurro del cielo… Bisogna essere grati al mondo, alla sua bellezza enorme e curatrice. Questo continuo a ripetere negli ultimi anni.
Anche la parola può essere un farmaco?
Certamente, soprattutto in un periodo nel quale si dicono tante parole. Non amo la parola opinionistica, ma quella che viene dal corpo, sale da dentro, è solo tua, detta quando proprio non puoi farne a meno. C’è un’etica della parola che dovrebbe intervenire. Io sento che anche delle mie parole resterà ben poco, solo il necessario.
Una sezione del libro è dedicata all’«Italia dei paesi». Dal suo osservatorio, cosa pensa dell’autonomia differenziata?
Si può arrivare a differenziare tra regioni, ma in un contesto di attenzione alle fragilità territoriali, di azioni contro lo spopolamento dei piccoli paesi: un problema che riguarda tutta l’Italia. Certi provvedimenti, invece, vengono presi senza aver fatto le scelte che dovrebbero esserne la premessa. Tu prima risollevi le aree deboli, poi puoi dire a ogni area «adesso vai col tuo passo». Un lavoro che è mancato: l’Italia è l’unica nazione, tra i Paesi più avanzati, che contiene al suo interno una drammatica differenza di opportunità tra alcuni territori.
In una poesia evoca il poeta Rocco Scotellaro, Carlo Levi, Olivetti… Sono figure di un’Italia diversa?
Un’Italia che ha perso. Le due grandi chiese, comunista e democristiana, si sono prese tutto lo spazio politico e culturale. Quell’Italia più libertaria, socialista, è risultata minoritaria. Se avesse vinto Olivetti e non Agnelli, avremmo un’Italia non meno industriale ma più solidale, attenta alla comunità.
Alla poesia civile accosta testi più intimi...
È bello, nella vita, tenere insieme la dimensione politica e quella lirica. Scotellaro combatteva con grande passione per la sua terra ma scriveva anche poesie d’amore, aveva tutti i turbamenti della sua giovane età. Quello mi sembra il binario giusto.
Alcune sue poesie sono esposte nel Padiglione Venezia alla Biennale. La poesia deve uscire dai libri?
Sì, tutto il mio lavoro è proprio questo tentativo. C’è una grande resistenza nell’ambiente letterario, sono un po’ arroccati sui libri, i convegni... Mi accusano di essere troppo «pop», ma non si capisce perché la poesia debba interessare soltanto a poche migliaia di persone di animo eletto. Penso invece che ci sia una fetta bella e varia di popolazione che può avvicinarsi alla poesia ed esserne consolata. Io continuo a difendere i libri, e a farne, ma bisogna fare evadere dai libri le parole.
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