Festival Duende, Lanera: «Siamo tutti lì, nella stessa stanza tra la violenza e la vendetta»

Il tema degli abusi di genere in «Con la carabina» nella pièce cruda e potente di compagnia Licia Lanera
Spettacolo al teatro Sociale per il Festival Duende
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Spettacolo al teatro Sociale per il Festival Duende

Non vuole insegnare nulla: vuole che ci si ponga domande. Per farlo sfrutta l’estrema vicinanza tra il pubblico e la scena: la compagnia Licia Lanera torna a Brescia nell’ambito del Festival Duende, inaugurato ieri con l’apertura di tre padiglioni artistici nello spazio Carme in città (via Battaglie 61, fino al 10 dicembre) e con «Mephistopheles» di Aganoor.

Oggi (alle 11 e alle 20.30, replica domani alle 11 sempre al teatro Idra al Mo.Ca di via Moretto 78) in scena «Con la carabina», Premio UBU 2022 per migliore regia e miglior testo straniero; biglietti disponibili su VivaTicket.

Abbiamo intervistato Lanera, che ha tradotto il testo e curato la regia di uno spettacolo forte, che parla di violenza di genere e adolescenza.

L’attenzione sugli abusi di genere e sul consenso dovrebbe essere sempre alta, ma ci sono momenti in cui si è più ricettivi, e forse questo è uno di questi. Cosa vuole trasmettere «Con la carabina»?

Questi momenti possono essere boomerang: lo spettatore è molto sensibile e può essere una bomba a orologeria. Le esplosioni si consumano però anche velocemente e io non voglio che lo spettacolo venga dimenticato come vengono dimenticate vittime e carnefici. Lo spettacolo mette la palla al centro e fa riflettere. Non c’è un mostro, un pedofilo, un vecchio che abusa di una bambina, ma una ragazzina di undici anni, sveglia e sicura di sé, che non ha paura delle giostre, che ha un linguaggio da maschiaccio e che mette a posto tutti. Dall’altro lato c’è un ragazzino scemotto, bullizzato, buono e tranquillo. All’inizio è simpatico e io ho spinto molto sull’ambiguità, perché tutte le storie non possono ridursi alla faziosità o al bianco e al nero. È il modo sbagliato di affrontare le questioni complesse. E poi si parla del fallimento di una società che risponde alla violenza con violenza. La legge del taglione non dovrebbe appartenerci. Ma quando lo Stato si sottrae al proprio compito educativo, è il Far West. Nella sua doppia violenza - lo stupro e la vendetta - il testo parla del fallimento e della responsabilità collettiva.

Nella sala il pubblico è molto vicino: come mai?

È uno spettacolo che non può avere il palco: fugge dalla rappresentazione. In scena c’è poco: un tavolo e una giostra giocattolo, evocativa di un mondo. Gli attori mutano da ragazzini ad adulti, ma la sfumatura è interiore. Si gioca sul grande patto del teatro: sai che è finto, ma ti faccio credere che sia vero e tu mi fai credere che ci credi.

E la regia?

È molto cinematografica: la recitazione è piena di dettagli e questi dettagli si vedono con la vicinanza e i tempi lenti. È una regia sartoriale. Voglio che siamo tutti lì nella stessa stanza, nella stessa storia. Passivi, ma parte integrante delle violenze con la nostra presenza e le azioni quotidiane. Anche se non si partecipa al rito violento.  

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