Il docente Amedeo Feniello: «La matematica correva sulla via della seta»

Innovatore della matematica, il pisano Leonardo Fibonacci (1170-1242) fece conoscere in Europa i numeri arabi, modificando per sempre i nostri metodi di calcolo. Ma la sua notorietà è legata soprattutto alla cosiddetta «successione di Fibonacci», la serie in cui, iniziando da zero e uno, ogni numero successivo è la somma dei due precedenti.
Una sequenza che connette la matematica al mondo naturale: «Non è una regola scientifica – spiega Amedeo Feniello – ma un mezzo che usa la natura per costruire sé stessa: la si ritrova ovunque, nei petali delle margherite come nella struttura della galassia».
Sabato prossimo, 17 gennaio, alle 11 sul palcoscenico del Teatro Grande di Brescia, Feniello – docente di Storia medievale all’Università dell’Aquila – partirà da questa affascinante formula per parlare di Fibonacci nella Lezione di Storia promossa da Fondazione Teatro Grande con Editori Laterza.
È il secondo appuntamento del ciclo dedicato alle «Invenzioni», gratificato da un grande successo di pubblico: i 600 abbonamenti finora venduti rappresentano il picco più alto raggiunto dalla rassegna.
Feniello – che abbiamo intervistato – sarà accompagnato dalle letture di Elena Vanni. I biglietti (10 euro, sconto 50% per studenti) si acquistano presso la biglietteria del Teatro Grande e online sui siti teatrogrande.it e vivaticket.com.
Professor Feniello, come avvenne l’incontro tra Fibonacci e la matematica islamica?
Fu l’anello conclusivo di un grande processo di trasmissione culturale. Fibonacci era figlio di Bonaccio, un esponente importante della comunità mercantile pisana che si recò in Nord Africa, a Bugia di Barberia (nell’odierna Algeria, ndr), con un incarico di scrivano pubblico. L’economia nordafricana era molto più sviluppata rispetto a quella italiana del XII secolo: si emigrava da nord verso sud, non al contrario.
Fu lì che il giovane Fibonacci apprese la nuova numerazione?
Sì, non c’erano barriere di natura religiosa: un cristiano poteva apprendere i saperi da maestri musulmani. Essi a loro volta avevano importato queste nozioni grazie a uno straordinario sistema di concatenazioni che aveva origine nel mondo indiano, deposito di profonde conoscenze di ordine matematico e geometrico. I luoghi di contatto furono le arterie della trasmissione commerciale: le vie dei monsoni e della seta, con Baghdad allora epicentro della cultura mondiale. Ad affascinare sono queste forme di trasmissione, nel sistema musulmano registrate in volumi, carte, luoghi dell’apprendimento come le moschee.
Fibonacci fece dunque da ponte fra più culture?
Traghettò queste conoscenze in Occidente, dove si attendeva un’innovazione in grado di consentire un uso commerciale della matematica. Nel mondo latino non esistevano forme di matematica commerciale, i numeri romani erano un sistema poco pratico.
La nuova matematica era più concreta…
Tutto l’apparato del suo libro più importante, il “Liber abbaci”, è costruito per dare risposte di ordine commerciale. È fondamentale, ad esempio, il discorso sulle equivalenze: in un mondo frammentato, dove ogni porto aveva il suo sistema di pesi e misure, era essenziale saper calcolare le equivalenze tra i diversi pesi. Oppure poter frazionare un bene: lui è il primo a parlare in maniera chiara e definita delle frazioni, che chiama “numeri rotti”.
Le novità vennero subito accolte?
Non andò come potremmo immaginare. I numeri erano ritenuti manifestazioni di un sapere eterodosso; lo zero, cifra astratta e inafferrabile, uno strumento del diavolo. Anche in città come Firenze, al centro dello sviluppo economico, inizialmente l’uso dello zero fu proibito. I mercanti facevano la brutta copia con i numeri arabi e poi riportavano il bilancio nei vecchi numeri romani. Finché il successo di questo strumento batté ogni resistenza: la matematica di Fibonacci fu il primo tassello che permetteva la registrazione del dato contabile. Dal Trecento questo ormai è un dato assodato.
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