Un rebelòt di parole tra chiffon e pitali

I lettori di Dialèktika sono un tesoro di memorie e insieme una sfida continua. La prima a chiamarmi a cimento - nei giorni scorsi - è la signora Nora, che telefona in redazione dal cuore storico della città: «Ma lei sa cos’è un cifunsì?».
Sportivamente - e socraticamente - ammetto di no, so di non sapere. Allora mi metto alla ricerca: è uno dei termini utilizzati dai nostri nonni per chiamare il comodino da letto. Cifunsì è peraltro il diminutivo di cifù o scifù, termine che corrisponde all’italiano sciffoniera e che proprio come il francese «chiffonière» indica un mobile a più cassetti per conservare piccoli accessori di abbigliamento. Ad esempio foulard di chiffon. Noi, peraltro, nel comodino - cifunsì o cumunsì che dir si voglia - ci custodivamo il pitale per la notte. Rispetto ai francesi, altre priorità.
La seconda sfida mi arriva da Silvano da Visano. Fra i termini che ci ricorda spicca rebelòt. Questo lo so! La parola indica un insieme di cose confuse. I linguisti la fanno scendere dal latino «re-bellare», cioè «fare guerra», gazzarra. Ghitti e Goldanigha citano un documento di Bormio che nel 1265 indica «rebello» tra le parole ingiuriose. Sempre Silvano cita poi l’espressione «l’è rinàt zó». Il verbo rinà - che io ho nelle orecchie come renà - indica il franare, il rovinare a valle. Una renàda è uno smottamento.
Qui addirittura so di sapere. E mi sovviene il sonetto petrarchesco «Solo et pensoso», che ricorre al termine «arena» per indicare la terra morbida, l’instabile sabbia. E proprio sabbia era per i romani la «harena» con cui pavimentavano i loro circhi per gli spettacoli. I lettori di Dialèktika: una sfida contunua e un tesoro di memorie.
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