Tra söpe, caràfe e bàite quante multe ai nonni

È illusione pensare che la (sacrosanta) valorizzazione di una lingua si ottenga a suon di multe

Io lo so che forse oggi urterò le convinzioni di qualche lettore. Scüsìm gnàri, ma steólta pròpe ga rìe mìa a fà sìto. È che mi ha colpito - negativamente - la proposta di legge avanzata dell’on. Fabio Rampelli, che per la difesa della lingua italiana immagina addirittura di dare multe a chi utilizzi termini di origine straniera.

Mi ha colpito negativamente anzitutto perché credo sia illusione pensare che la (sacrosanta) valorizzazione di una lingua si ottenga a suon di multe. E ancor più perché una lingua non può certo esser immaginata come qualcosa di puro, immobile, impermeabile agli stimoli esterni. Una lingua è sempre meticcia. Lo è persino il dialetto dei nostri nonni.

Immaginiamo il diario di un vecchio edile bresciano. «G’hó laoràt töt el dé co la bèna (la benna è la «mano» di un escavatore ma anche il carretto da trasporto, «benna» era il nome con cui i celti indicavano i loro carri) e adès endó a bàita (baita è termine di radice mediorientale: «bet» significa casa in ebraico e «bayt» è la tenda nomade in arabo) che só stràc (la parola stracco ha radice nel longobardo «strak»). Staséra làpe sö (la làpa è la lingua, come «lippe» in tedesco e «lip» in inglese è il labbro) el mé bèl piàt de söpa («suppa» è parola gotica) con un tòc de formài de sìlter (il sìlter è il riparo delle derrate, come «shelter» è il riparo in inglese), una caràfa de vì e una chìchera de cafè (caraffa è termine di origine araba e «xicara» è la tazzina in spagnolo). Pò endó a lèt a roncà (il verbo «rènko» indicava il russare in greco antico) che per encö de sènter parlà straniero ga n’hó prope asé». A proposito, il brescianissimo asé viene dal francesissimo «assez». Quante multe avrebbero preso i nostri nonni?

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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