Tra gatti assonnati e rapaci carbonari

Come un falco, l’amico di vecchia data, amante della montagna e del suo mondo, piomba su Dialèktika con un dubbio intrigante: «Perché i miei genitori, originari di Montegargnano, per indicare stanchezza o torpore dicono "g’hó la poiàna"? Ho trovato lo stesso modo di dire in un libro del friulano Mauro Corona».
L’amico montanaro ha ragione: in dialetto bresciano il termine poiàna indica sia il rapace sia il torpore. Un uso certificato sia dal dizionario Melchiori di inizio ’800 sia da quello scritto dai seminaristi bresciani nel ’700. Ma a cosa si deve il secondo significato? Risalendo la matassa intricata del linguaggio, ho incrociato un curiosissimo filo che mi ha portato fino al poiàt. Che è poi la catasta di legna messa a lenta combustione con la quale un tempo sulle nostre montagne si produceva il carbone. La parola poiàt deriva dal latino «podiatum» che significava «accatastato» (il «podium» era infatti un rialzo artificiale).
I carbonai che per ore e ore curavano il poiàt erano esposti all’intossicazione da fumo che - allora come oggi - dà stordimento. Lo stesso stordimento che ha chi dorme accanto a un braciere o a una stufa. Mia suocera evocava spesso il malessere del gàt dèla stìsa, il gatto accoccolato vicino al «tizzone». In alcune parlate bresciane (penso sicuramente alla Media Valcamonica) la stésa è proprio lo stordimento. Il fenomeno del gàt dèla stìsa è lo stesso che qualcuno dei nostri nonni definiva el màl dèla stüa.
Non so a voi, ma a me a volte gli intrecci che il linguaggio ci regala paiono voli davvero straordinari. Mi succede di venirne letteralmente rapito come da una poiàna. Intendendo - stavolta - il rapace.
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