Te gh’en e’ löc de troà ena «location»!

Löc, come l’italiano luogo, rimanda al latino locus, che riconosciamo poi nel lieu del francese, nello spagnolo luego, nel loc rumeno, nel lugar del portoghese ecc. Insomma, siamo in buona «latina» compagnia. Gli studiosi ipotizzano una radice molto antica e già presente nell’indoeuropeo, il bisnonno linguistico del nostro continente e non solo di quello.
Quella stessa radice la incontriamo anche nel sanscrito, l’antica lingua dell’India, dove luogo si dice appunto loka, termine che, tra l’altro, incarna concetti decisivi per la filosofia e la mitologia dell’induismo. Ma il dialetto – è noto – con la filosofia... el trübüla e il nostro povero löc non può aspirare a tanto.
Tuttavia, nel suo piccolo, pure lui esprime un’idea interessante e, a suo modo, filosofica: löc in origine (nel «dialetto classico» del mondo contadino) non significava solo e genericamente «luogo»; è vero, i löc erano generalmente i campi, ma più spesso il termine stava ad indicare la casa contadina, con annessi il cortile, l’aia, la stalla, il campo; insomma, «il luogo» per eccellenza, l’universo minimo attorno a cui gravitava tutta l’esistenza dei nostri avi.
I tempi sono cambiati; noi pronipoti löc lo usiamo poco; gli preferiamo (sempre per riferirci a locus) l’inglese location, attestato dalle nostre parti già nel 1948, peraltro con un significato diverso da quelli, scialbi e disinvolti, che gli attribuiamo oggi. Ma löc non cede e mantiene ancora il suo vigore semantico in locuzioni come te gh’en e’ löc! (campa cavallo...) o dal föc al löc, a indicare due cose prossime. Altro che l’insipido lochéscion!
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@Domenica
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