Ieri attraversare il mio ponte quotidiano mi ha lasciato un sorriso (il livello dell’acqua è tornato salutare) e insieme l’eco di un interrogativo linguistico. Il «flavus Mella» di cui canta Catullo regala infatti nel suo nome dialettale - delicato e femminile: la Mèla - qualcosa che in italiano non c’è. Un suono. La «a» finale.
Di cosa parliamo? Provate - ad esempio - a pronunciare ad alta voce la parola dialettale «màma». Sentirete che mentre la prima «a» suona chiara e aperta come in italiano, la «a» finale è invece più chiusa. Credo che i glottologi la definiscano «posteriore». È un suono tipicamente nostro (da come lo pronuncia, puoi capire da quante generazioni uno è bresciano). È quasi trattenuto in fondo al palato, intimo come un’invocazione a mezza voce: màma...Lo stesso suono lo troviamo in la Mèla. Ma anche in la fòia, la caàgna, la tàola...
Ecco l’interrogativo: come si scrive questa «a»? La grafia del dialetto bresciano è tema dibattuto. Un secolo fa lo Sheuermeier nei suoi appunti rendeva questo suono col segno grafico «å» (come oggi i Måneskin!), il vocabolario Bazzani-Melzani opta per «ä» (màmä). E poi c’è anche - francamente non tra gli studiosi - chi accentua la chiusura di questa «a» finale e graficamente butta lì addirittura una «o» senza appello: «màmo». A me questa pare sinceramente una forzatura che non rende giustizia del fatto che qui ci troviamo davanti ad una sfumatura di grigio, non ad un secco bianco e nero. Io personalmente, anzitutto per non appesantire gli occhi altrui, scelgo di semplificare la grafia in «màma». Il suono lo affido a chi legge: è intimo e meritevole di delicata attenzione. Proprio come lo scorrere dèla Mèla...
Buongiorno Brescia
La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.



