Se d'inverno Sant'Antóne trova un cuneo di luce

Ricchezza del dialetto. Un patrimonio di significati e modi di dire che il territorio ha costruito nei secoli e che oggi - quando la parlata dei nostri nonni ha ormai definitivamente perso la funzione di prima lingua - regala preziose testimonianze grazie alla memoria dei lettori di Dialèktika.
La settimana scorsa abbiamo ricordato l’aggettivo quacì. Il comando sta’ quacì lo si rivolgeva a qualcuno per farlo stare fermo, tranquillo, al proprio posto. Deriva dal latino «coactus» che significava «costretto», «obbligato». Ma il dialetto bresciano aveva anche un altro uso della parola. Onestamente io non ne avevo memoria, me l’hanno ricordato Giuseppe e Primo che mi segnalano le espressioni «fóm quacì cói tò sólcc» (confrontiamo i tuoi soldi con i miei) e «fóm quacì chi g’ha insìt?» (facciamo il conto di chi ha vinto).
Quest’uso di affiancare il verbo «fare» a quello che in italiano è un aggettivo ha nel nostro dialetto più di una applicazione. Oltre a «fa quacì» mi vengono in mente «fa pulìto» (comportarsi educatamente, proprio come nell’espressione inglese «to be polite»), «fa sìto» (fare silenzio) e «fa bèl» (ottenere un risultato positivo; ma se detta da un adulto che strizza l’occhio l’espressione indica un’avventura cortese).
Dalla memoria del dialetto riemergono anche conoscenze astronomiche. Un adagio evocatomi da Franco descrive cosa succede dopo il solstizio d’inverno: «A Nedàl un pàs de gàl, a pasquèta un’orèta, a Sant'Antóne ’n’ùra e ’n cóne» (a Natale la luce guadagna un passo, all’Epifania un’oretta, a S. Antonio - il 17 gennaio - un’ora e un quarto). Almeno il moto apparente del sole non l’abbiamo - ancora - modificato.
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