«È l’óra che pìa...» Al mattino presto il vicino di casa copre veloce il tratto che va dall’uscio di casa alla portiera dell’auto, sfregandosi le mani contro il freddo. La parlata bresciana ha da sempre amato giocare con le ambiguità di senso: la citazione testuale del mio vicino - ad esempio - è dal canto mariano «Ave Maria» («È l’ora che pia la squilla fedel...») dove la parola italiana «pia» è aggettivo femminile che dà conto di forte dimensione spirituale, ma pensata in dialetto la stessa frase indica invece che le prime ore del mattino sono quelle più fredde. Perché il freddo pìa nel senso che «punge».
Che il freddo punga lo stiamo riscoprendo ora anche noi (per colpa di termostati più bassi), ma già i nostri nonni lo sapevano bene. Tanto da usare termini oggi per noi scomparsi. Penso ai piozèi, che il vocabolario del Melchiori a inizio Ottocento traduce con l’italiano «pedignone» (pure termine desueto): sono i geloni ai piedi. Che oggi - per fortuna - nessuno ha più.



