Dialèktika

Regali e interiora al fuoco del camino

La parola «regalo» entra nella parlata bresciana solo in tempi relativamente recenti
Dalla Bassa alle valli il regalo più prezioso era il ciocco di legno
Dalla Bassa alle valli il regalo più prezioso era il ciocco di legno
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«St’àn a Nedàl fìm mìa regài. Siàrpe ga n’hó fin che ’l diàol l’è màt, màie de làna só pö ’ndó mitìle, guàncc ga n’hó asé dei me che i-è amó bèi belèncc...». Sulla porta di casa la mia biancocrinita dirimpettaia saluta - cortese ma risoluta - i parenti che sono passati a invitarla per il giorno di Natale. L’invito lo accoglie volentieri, ma a un patto: «Fìm mìa regài, che ma ocór niènt». Non c’è bisogno di essere degli anacoreti per condividere il suo disagio: oggettivamente i regali di Natale oggi sono diventati - nella maggior parte dei casi - un faticoso eccesso.

Non è sempre stato così, e la memoria del dialetto ce lo conferma. Pensate che la stessa parola «regalo» (che in italiano arriva nel XVI secolo dallo spagnolo col significato di «dono degno di un re») entra nella parlata bresciana solo in tempi relativamente recenti. Il vocabolario settecentesco dei seminaristi bresciani non la contempla, nemmeno il Melchiori del 1817. Interessante vedere che nel dizionario milanese stampato dal Cherubini nel 1814 non c’è e che fa invece capolino nell’edizione del 1843.

E se le regàlie altro non sono che le interiora di pollo (ottime per la minèstra spórca, vero pasto regale), nel dialetto bresciano l’eco del dono natalizio risuona piuttosto nella tradizione del caedù (termine fratello del francese «cadeau»): dalla Bassa alle valli era il ciocco di legno che alla vigilia di Natale veniva regalato ai bambini delle famiglie più povere. Così che potessero passare almeno una giornata al caldo davanti al camino.

Siamo chiari: nessuna nostalgia per quelle miserie. Ma forse oggi un po’ di ragione la mia dirimpettaia ce l’ha: «’Stàn a Nedàl fìm mìa regài».

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