«St’àn a Nedàl fìm mìa regài. Siàrpe ga n’hó fin che ’l diàol l’è màt, màie de làna só pö ’ndó mitìle, guàncc ga n’hó asé dei me che i-è amó bèi belèncc...». Sulla porta di casa la mia biancocrinita dirimpettaia saluta - cortese ma risoluta - i parenti che sono passati a invitarla per il giorno di Natale. L’invito lo accoglie volentieri, ma a un patto: «Fìm mìa regài, che ma ocór niènt». Non c’è bisogno di essere degli anacoreti per condividere il suo disagio: oggettivamente i regali di Natale oggi sono diventati - nella maggior parte dei casi - un faticoso eccesso.
Non è sempre stato così, e la memoria del dialetto ce lo conferma. Pensate che la stessa parola «regalo» (che in italiano arriva nel XVI secolo dallo spagnolo col significato di «dono degno di un re») entra nella parlata bresciana solo in tempi relativamente recenti. Il vocabolario settecentesco dei seminaristi bresciani non la contempla, nemmeno il Melchiori del 1817. Interessante vedere che nel dizionario milanese stampato dal Cherubini nel 1814 non c’è e che fa invece capolino nell’edizione del 1843.



