C’è un pelabròc in ognuno di noi. Vogliamogli bene. Insegnamogli a non aver vergogna, a non mollare. Perché spesso anche l’eleganza setosa di un cavalierato non sarebbe possibile se alle spalle non ci fosse il nostro umile lavoro. In una delle ultime domeniche mi ero chiesto perché mai il termine dialettale pelabròc (letteralmente «colui che pela i rami») fosse diventato sinonimo di «persona maldestra».
In nostro soccorso è giunto Claudio (acuto dialettomane clarense). Che spiega come l’origine vada cercata nell’allevamento dei bachi da seta (il dialetto li chiamava caalér) un tempo così diffuso nel Bresciano. Racconta: «Questa attività era svolta in prevalenza dalle massaie che spesso tramandavano alle figlie le loro conoscenze in merito alla produzione dei bozzoli. Ai bambini e ai ragazzi era in genere delegata una funzione umile ma fondamentale, dovevano arrampicarsi sui gelsi e raccogliere le foglie di queste piante, il cibo ideale per lo sviluppo dei bachi».



