L’inverno della briscola e il sole della gentilezza

«E adès, che sóm d’invèrno?» Il giocatore di briscola a mezza bocca si lascia sfuggire tutto il suo malcontento: deve chiudere una mano sfortunata, «Va’ lìs» gli suggerisce il socio, ma lui è all’angolo: costretto a scegliere se regalare uno dei due carichi che gli pesano fra le carte o «mèter zó» la briscola vestita che teneva in serbo per miglior presa. Forse il giocatore di briscola non lo sa, ma a me il suo «E adès, che sóm d’inverno» regala echi shakespeariani.
Che storia ha la parola «inverno»? Viene dal latino «hibernus tempus», cioè la stagione del freddo. Così c’è - naturalmente - un inverno meteorologico. È quello che per millenni ha accompagnato l’uomo con regolarità suggerendogli proverbi stagionali: «San Pàol (25 gennaio) ciàr, Candelòra (2 febbraio) scüra: l’invèrno no ’l fà piö póra». Ma ormai l’inverno non è più quello di una volta. E di quello che stiamo vivendo fa paura è il cambiamento climatico. Ci resta intatto l’inverno psicologico. Quello che Shakespeare definisce «l’inverno del nostro scontento». È l’inverno interiore, è il gelo nell’anima. Che può trasformarsi in «estate sfolgorante» grazie al «sole di York». Però a me piace di più - mi scuserà Shakespeare - il detto bresciano trovato nel bel libro «’Na röda che gira», 22 racconti scritti da Angela Pizzamiglio nello spirito della Bassa Bresciana. È un proverbio che celebra il potere della gentilezza, la forza guaritrice che può avere la sensibilità verso chi è nei guai: «Na bùna céra la càmbia l’invèrno an primaéra».
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