Dialèktika

L’anima della speranza che vive nella frutta

Se un pezzo alla radio ci parla di armèle e gandöi
Dal seme alla vita
Dal seme alla vita
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«Sowing the seeds of love...». La radio che passa i Tears For Fears sembra aver capito chi sono. E anche che ero giovane quando il pezzo andava in classifica: era l’estate del 1989, il testo dei due ragazzi di Bath invitava a «seminare i semi dell’amore», due mesi dopo sarebbe caduto il Muro di Berlino.

Quanta distanza dalle speranze di allora. Quella distanza la sentiamo tutta, oggi che c’è di nuovo chi in Europa usa bombe e tank per ampliare confini e irrigidire muri. Dove staranno dormendo ora quei «semi dell’amore»?

Il dialetto dei nostri nonni aveva più di un modo per indicare i semi. Anzitutto c’è il termine generico somènsa, semente. Va bene per ortaglie, prati, cereali. Più articolato il caso dei frutti, i cui semi possono essere detti àrma, con le varianti armèla e armilìna (mentre l’armilì è il termine per indicare il mignolo, tanto della mano che del piede, detto così secondo il Valseriati «dalla forma dell’unghia»). Arma è parola che al nostro dialetto arriva, dopo alcune deformazioni, dal latino «anima».

I nocciolini di ciliegia - ma anche di pesche, olive, albicocche... - sono detti gandöi o anche gàndoi a seconda delle zone (nome che ricorda la «glandula», la piccola ghianda secondo i Romani). Il gandöl del pèrsec a sua volta contiene la màndola. Non quella dolce, la ambrusìna, ma la tossica. Il gandöl - ci spiega un vocabolario del ’700 - «si genera dentro la frutta, vi si conserva l’anima onde nasce l’albero».

Eccola di nuovo! L’anima come un seme. Da togliere dal suo guscio perché solo così ne può nascere qualcosa. «Sowing the seed of love...» continuano i Tears For Fears. Alzo il volume della radio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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