Il segno della Pasqua sul fiume antimoderno

La Pasqua è passaggio. Lo è per noi cristiani: dalla cupa morte alla lucente risurrezione. Ma lo è anche per la natura: dal freddo inverno a nuova primavera. E non c’è posto migliore, per cogliere il vibrare del passo di stagione, dell’argine urbano di un fiume.
È il luogo dove capisci che - oltre le tangenziali e ignota a ogni intelligenza artificiale - continua a esistere una Brescia premoderna.
È la Brescia dei due pescatori che buttano l’amo nel Mella. Non ne incrociavo da decenni. «El fiöm isé nét l’ìem pö vést - spiegano, pensando al depuratore più a monte -. Lì dove la corrente è più lenta si fa bello. Son tornati anche i verù, sègn che de inquinamento ghe n’è pö».
Sull’argine incrocio il pensionato col cagnì che esce da una macchia di robinie. «La setimàna pasàda là sóta gh’éra na bèla fiurìda de albarèle...» Sono funghi. «Li raccolgo e li metto nel frìz. Quand ga n’hóm asé con mia moglie facciamo una bella pasta». Ma ormai la primavera è alle porte.
E allora il nostro pensionato - bipede raccoglitore come migliaia di generazioni che lo hanno preceduto - si prepara a nuovi obiettivi: «De ché a ’n pó sa càta anche i loertìs». È il luppolo selvatico. Un mazzetto basta per una frittata da sogno. Ma non solo. Lo sguardo corre al crinale del colle alle nostre spalle. «Ga sarès anche i spàres selvàdec... ma gh’è de sta atènti». Perché? Chiedo ingenuo. «Perché se i ta càta i ta dà la mülta».
Intanto là nei terreni che rinverdiscono fra tangenziale e argine ecco i primi ardimentosi cercatori stagionali: verzulì, ridicì, capulì... È il risveglio della primavera. È il respiro dello spirito che rinasce. È la Buona Paqua di resurrezione. A tutti voi. Che siate raccoglitori o no.
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