Bugie al lume di candela

Domanda crudele: sopravviverà il dialetto alla globalizzazione? A ben vedere non è tanto il dialetto, quanto piuttosto il mondo, di cui è stato per secoli la voce, che sta sparendo (se non è già sparito). Avevo uno zio maringù e uno scarpulì: le loro botéghe erano veri e propri “dizionari nomenclatori” di oggetti e “cose” che, in buona parte, non ci sono più.
Chi ricorda oggi che cos’è una bosia (o anche bosgia o borgia)? Innanzitutto, nel suo significato originario, la bosia è la bugia, la menzogna; ma nella bottega del falegname, come per miracolo, la bosia diventa il truciolo del legno.
Che ha a che vedere il “figlio della pialla” con la menzogna? Questione complessa. Per non farla troppo lunga, diciamo che bosia (e termini analoghi in altri dialetti, anche in contesti comunicativi differenti) vorrebbe indicare ciò che non appartiene più organicamente a qualcosa, ad un oggetto; nel caso nostro la bosia sarebbe quindi la “parte falsa” del legno, ciò che, pur essendo legno, legno ormai non è più. Il vocabolario di Gabriele Rosa (1877) riporta l’espressione la bosia del legn: la bugia del legno.
Lo stesso dizionario riporta poi un secondo significato: “Quell’arnese con bocciuolo e piattellino che serve di candelliere”. Avete presente il vecchietto d’altri tempi che, con la candela in mano e la berretta da notte, si affaccia circospetto all’uscio? In questo caso però l’origine è un’altra: questa bosia ci è arrivata dall’italiano, che ha adattato alla nostra lingua il nome della città di Béjaïa, in Algeria, da dove veniva una cera pregiata, usata appunto per fabbricare le candele.
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