Psicologia e teatro sono ambiti affini nell’esplorazione dell’interiorità e delle manifestazioni umane. Il «Teatro della mente», valorizzandone il reciproco apporto, ha trovato a Milano un significativo riscontro. Ce ne parla l’ideatrice Daniela Cristofori, psicoterapeuta e attrice, bresciana cresciuta in città nella zona di via Cremona, dove ha avuto i primi applausi da aspirante attrice, tra scuola elementare Ugolini e oratorio di Santa Maria Vittoria. È sposata con Giacomo Poretti - attore del celebre trio comico Aldo Giovanni e Giacomo - che è direttore del Teatro Oscar di Milano.
Daniela, come è nato il progetto?
Era nella mia mente da tempo e quest’anno ha trovato la collocazione adatta, all’interno della Stagione del «Teatro degli Angeli», che ha per titolo «La pace che cerchiamo». In tre serate ci siamo riproposti di esplorare come funziona la mente attraverso la metafora del teatro. Sogniamo, immaginiamo vicende, siamo un po’ registi di queste proiezioni: il format utilizza pezzi letterari con attori e ogni volta prevede un ospite diverso, in aiuto a percorsi di consapevolezza. Si è partiti dall’esplorazione personale della mente, la seconda serata era dedicata alle emozioni, la terza ai “copioni di vita”. Attingo liberamente alla lettura, al teatro, al cinema. Scrivo, conduco e un po’ recito. Anche l’ironia ha un ruolo: è un’arma gentile potentissima.
Qual è stato il riscontro?
Il «Teatro degli Angeli» ha 150 posti: per un progetto nuovo non ci aspettavamo una presenza così numerosa. Ci siamo spostati al «Teatro Oscar» e anche lì abbiamo avuto il tutto esaurito per i 340 posti. Evidentemente abbiamo intercettato un grande bisogno di psicoeducazione. Abbiamo fatto tanta strada nella tecnologia, ma siamo rimasti un po’ analfabeti rispetto alle capacità di base. Il «Teatro della mente» vuol essere un luogo per sollevare domande, sollecitare il pensiero, fermarsi a riflettere in maniera gradevole. Per la prossima stagione già si prevedono altri tre incontri.

Quali relazioni trova, nella sua pratica, tra la psicologia e il teatro?
Nella mia esperienza, l’una è complementare all’altro. La psicologia è l’arte della relazione, dell’osservazione dei comportamenti umani per favorire i cambiamenti. Il teatro è un gioco bellissimo, che fa entrare dentro i personaggi, la psicoterapia è un calarsi dentro le persone in modo da comprendere il dolore dei pazienti. Fare teatro costringe a stare a contatto con il nostro corpo, a farne strumento di conoscenza per stare in relazione con gli altri, attraverso le posture e gli sguardi. La psicologia è un modo di vedere la vita delle persone dietro le quinte, il teatro la mette in scena. Io sono stata prima in teatro, poi sono diventata psicoterapeuta, poi sono tornata a teatro. Un’arte arricchisce l’altra.
Come ha maturato questa duplice vocazione?
Ho sempre desiderato fare teatro, fin da bambina. Il primo laboratorio è stato al Ctb nel 1988, con la regia di Nanni Garella. Dopo il diploma all’istituto Lunardi mi sono trasferita a Milano per frequentare la scuola «Paolo Grassi» e lì ho incontrato la prima psicologa della mia vita, per un lavoro sul corpo preziosissimo, con training autogeno per rilassarsi, lasciar andare i blocchi: è un lavoro che dovrebbero fare tutti. Se mettessimo in pratica il «conosci te stesso» forse avremmo una società più serena, meno manipolabile. Dopo la laurea ho scelto la specializzazione in analisi transazionale per il lavoro nei gruppi, sugli aspetti comunicativi e in questi anni ho avuto la possibilità di integrare le competenze.
Che cosa ricorda dei primissimi passi in teatro a Brescia?
Al mio recente spettacolo al Teatro Sociale, «Condominio mon amour», un compagno delle elementari alla scuola Ugolini mi ha portato la foto di classe con dedica: «Alla mia Cenerentola di Quinta A». Mi piaceva recitare, ero sempre in prima fila ad ogni proposta. In parrocchia si allestivano operette e all’oratorio passavo tutti i pomeriggi: mi resta un bellissimo ricordo di quegli anni.



