Torna al cinema «Eyes Wide Shut», l’ultimo e frainteso film di Kubrick

Tom Cruise e Nicole Kidman sono i protagonisti di un film ambiguo, mai veramente capito e ancora oggi dibattuto: appuntamento dal 4 al 6 maggio
Cristiano Bolla
Alcune scene tratte da Eyes Wide Shut
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Alcune scene tratte da Eyes Wide Shut

Dal 4 al 6 maggio «Eyes Wide Shut», l’ultimo film di Stanley Kubrick e uno dei titoli più discussi della fine del Novecento, torna nelle sale italiane con Lucky Red. Non ha fatto storia nello stesso modo di «2001: Odissea nello spazio», «Arancia meccanica», «Barry Lyndon», «Shining» o «Full Metal Jacket»: non è diventato subito un’icona riconoscibile, non ha consegnato al pubblico una figura memorabile come Alex DeLarge o Jack Torrance, non ha imposto un’immagine-simbolo paragonabile al monolito nero. Eppure continua a restare lì, disturbante, ambiguo, meno citato di altri capolavori kubrickiani ma forse più resistente di quanto sembrasse nel 1999.

La nuova uscita in sala offre allora l’occasione per rivederlo senza il rumore che lo accompagnò alla nascita, perché all’epoca fu atteso come un film scandalo: l’ultimo Kubrick, Tom Cruise e Nicole Kidman allora marito e moglie, un racconto di desiderio e infedeltà. Molti entrarono al cinema aspettandosi un thriller erotico, ma trovarono invece un’opera lenta, notturna, quasi ipnotica, più interessata alla paura che al sesso, più vicina al sogno che alla provocazione. Da qui nasce la domanda che ancora oggi lo accompagna: è stato davvero frainteso, oppure è il film di Kubrick uscito peggio?

La trama

La risposta sta probabilmente nel modo in cui lo si guarda. Ripartiamo dalla trama: Bill Harford è un medico newyorkese benestante, sposato con Alice. Vivono con la figlia in un ambiente agiato, elegante, protetto. Durante una festa natalizia organizzata da Victor Ziegler, un suo paziente molto ricco, entrambi vengono esposti alla tentazione: Alice viene corteggiata da un uomo più anziano, Bill flirta con due giovani donne e viene poi chiamato a soccorrere una ragazza che ha avuto un malore nella stanza privata del padrone di casa. Tutto sembra restare sul piano dell’allusione, senza conseguenze immediate.

La frattura arriva dopo, nell’intimità domestica. Alice confessa al marito di avere desiderato, tempo prima, un ufficiale di marina incontrato durante una vacanza. Non parla di un tradimento consumato, ma di una fantasia così intensa da mettere in discussione l’idea stessa di fedeltà coniugale. Bill, che fino a quel momento si era sentito sicuro del proprio ruolo e del proprio matrimonio, entra in crisi. Comincia per lui una peregrinazione notturna in una New York irreale: incontra la figlia di un paziente appena morto, una prostituta, un vecchio compagno di studi diventato pianista, un costumista ambiguo, fino ad arrivare a una cerimonia segreta in una villa fuori città. Lì uomini mascherati e donne nude partecipano a un rito sessuale regolato da codici e gerarchie. Bill non appartiene a quel mondo. Viene scoperto, minacciato, espulso.

Kubrick trasse il film da «Doppio sogno» di Arthur Schnitzler, racconto pubblicato negli anni Venti e ambientato nella Vienna di fine secolo. Con lo sceneggiatore Frederic Raphael spostò la vicenda nella New York contemporanea, ma la città di «Eyes Wide Shut» non ha nulla del realismo urbano. È una Grande Mela ricostruita e mentale, illuminata da luci natalizie, attraversata da strade che sembrano sempre uguali, popolata da figure che appaiono e scompaiono come in un sogno. Anche il titolo lavora su una contraddizione: occhi spalancati e insieme chiusi. Bill vede, ma non capisce; attraversa luoghi proibiti, ma interpreta tutto attraverso il proprio orgoglio ferito.

Il cast

Il cast fu uno dei motivi dell’enorme attesa. Tom Cruise era all’apice della popolarità e Kubrick lo usa contro la sua immagine pubblica. Bill Harford è bello, ricco, rispettato, abituato a entrare ovunque grazie al proprio status. Ma la notte lo mette davanti a limiti che non sa accettare. Il tesserino da medico, il denaro e il fascino non bastano più. Nicole Kidman ha meno spazio in termini di presenza scenica, ma il suo personaggio domina il film: Alice è colei che rompe l’illusione maschile di controllo. La sua confessione non racconta soltanto un desiderio; costringe Bill a riconoscere che la persona più vicina a lui possiede una parte irriducibile, non addomesticabile, forse inconoscibile.

Accanto ai due protagonisti, Sydney Pollack interpreta Victor Ziegler, figura chiave del potere sociale ed economico. Il suo ruolo diventa decisivo nella parte finale, quando prova a ridimensionare ciò che Bill ha visto nella villa. Forse era tutto una messinscena per spaventarlo. Forse no. Forse la morte di una donna è soltanto una coincidenza. Forse nasconde qualcosa di più. Kubrick non scioglie davvero il dubbio, perché non sta costruendo un giallo tradizionale. Il centro del film non è la soluzione dell’enigma, ma lo stato di insicurezza in cui lascia spettatore e protagonista.

La produzione

La lavorazione contribuì al mito. Le riprese furono tra le più lunghe e faticose della storia del cinema contemporaneo: iniziate nel 1996, proseguirono per oltre un anno, con una durata entrata anche nei primati registrati dal Guinness World Records (oltre 15 mesi). Kubrick girò in Inghilterra, controllando ogni dettaglio e mantenendo un clima di grande riservatezza. Morì il 7 marzo 1999, pochi giorni dopo avere mostrato una versione del film alla Warner Bros. e ai protagonisti. Per questo «Eyes Wide Shut» arrivò al pubblico come opera postuma, caricata di un peso enorme: l’ultimo sguardo di un autore che aveva sempre lavorato lontano dalle regole ordinarie dell’industria.

Anche questo spiega una parte del fraintendimento attorno al film: fu giudicato spesso per quello che prometteva dall’esterno, più che per quello che metteva in scena. Non era abbastanza erotico per chi cercava lo scandalo, non abbastanza esplicito per chi voleva una denuncia del potere, non abbastanza lineare per chi si aspettava un thriller. Roger Ebert, tra i critici che lo difesero subito, lo descrisse come una fantasia erotica fatta di occasioni mancate più che di atti compiuti. Altri lo accolsero con freddezza, trovandolo artificioso o distante. Questa spaccatura nei giudizi non è mai scomparsa del tutto.

Le critiche

I punti controversi sono almeno tre. Il primo riguarda il sesso. «Eyes Wide Shut» contiene nudità e immagini rituali, ma non è un film eccitante nel senso comune del termine. L’erotismo vi appare spesso come teatro, scambio, minaccia, performance sociale. Il secondo riguarda il potere. La sequenza della villa ha alimentato per anni letture complottiste, spesso più interessate a presunti segreti nascosti che alla costruzione cinematografica. Ma Kubrick non consegna un dossier sulle élite: mostra piuttosto un mondo in cui il privilegio protegge se stesso e in cui chi sta fuori viene tollerato solo finché non fa domande. Il terzo riguarda il matrimonio. La crisi tra Bill e Alice non nasce da un fatto, ma da una fantasia raccontata ad alta voce. È questa la ferita più profonda: non ciò che Alice ha fatto, ma ciò che Bill scopre di non poter possedere; le stesse suggestioni, pur in un registro diverso, si possono cogliere anche nel recente «The Drama», con Zendaya e Robert Pattinson, dove la coppia diventa di nuovo il luogo in cui desiderio, sospetto e immagine di sé entrano in collisione.

Una delle locandine di The drama
Una delle locandine di The drama

Sul significato del film Kubrick non lasciò una spiegazione definitiva, e non sarebbe stato nel suo stile farlo. Una frase spesso citata da collaboratori e familiari, attribuita al produttore Jan Harlan, sostiene che il regista considerasse «Eyes Wide Shut» il suo maggiore contributo all’arte cinematografica. Più utile ancora è ricordare l’idea generale che Kubrick aveva del cinema: un film, per lui, doveva agire anche come musica, attraverso stati d’animo, immagini, ritmo, non soltanto attraverso un messaggio da tradurre in parole. «Eyes Wide Shut» funziona precisamente così. Non spiega: mette lo spettatore dentro una condizione.

È dunque il film più sottovalutato di Kubrick? Forse no, se per sottovalutato intendiamo ignorato: è stato discusso, studiato, rivalutato, e negli anni è diventato un titolo di culto. Ma è certamente uno dei suoi film più fraintesi. La sua difficoltà non dipende da una trama incomprensibile; dipende dal fatto che ogni scena sembra chiedere una spiegazione e poi sottrarsi a una risposta unica. È sogno o realtà? Bill è in pericolo o viene solo umiliato? Alice è più sincera di lui o più crudele? Ziegler dice la verità o costruisce un’altra menzogna? Kubrick lascia aperte queste domande perché la loro instabilità è il vero contenuto del film. Rivederlo oggi, quindi, aiuta anche a ridimensionare l’idea che sia il Kubrick «uscito peggio». «Eyes Wide Shut» non ha la potenza immediata di «Shining» né l’ambizione cosmica di «2001: Odissea nello spazio». È meno spettacolare, più chiuso, più scomodo. Ma proprio questa sua natura lo rende attuale. Parla della fragilità della coppia, della distanza tra immagine pubblica e vita privata, del desiderio come territorio non pacificato, del denaro come chiave che apre quasi tutte le porte ma non tutte. Parla, soprattutto, dell’illusione di conoscere davvero chi abbiamo accanto.

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