Cinema

Torna in sala il film che ha cambiato tutto: «Lo chiamavano Jeeg Robot»

Cristiano Bolla
Sono passati dieci anni dall’uscita del cinecomic di Gabriele Mainetti, che ha segnato un punto di svolta in Italia. Ora torna al cinema, anche a Brescia
La locandina di Lo chiamavano Jeeg Robot
La locandina di Lo chiamavano Jeeg Robot
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Il 2026 segna il decimo anniversario di un film che, più di qualunque altro, ha inciso sul modo in cui il cinema italiano ha guardato a se stesso e alle proprie possibilità: «Lo chiamavano Jeeg Robot». A dieci anni dall’uscita, l’opera prima di Gabriele Mainetti torna in sala per celebrare un titolo diventato rapidamente un punto di riferimento, capace di far dialogare immaginario pop e realtà quotidiana in maniera unica per il panorama cinematografico italiano. Anche a Brescia l’anniversario passa dal grande schermo: al Cinema Moretto le proiezioni sono in programma lunedì 02/03 alle 20:30 (con live cast), martedì 03/03 alle 19:20 e mercoledì 04/03 alle 14:00.

La storia

Per chi non lo ha mai visto, la storia parte dalla periferia di Roma. Enzo Ceccotti è un piccolo criminale, solitario e cinico, abituato a tirare avanti tra furtarelli e opportunismo. Per sfuggire alla polizia si tuffa nel Tevere e, dopo il contatto con sostanze tossiche, scopre di avere una forza fuori dal comune e una resistenza quasi invulnerabile. All’inizio, quei poteri sono per lui solo uno strumento: fare soldi, cavarsela più facilmente, restare invisibile al mondo come ha sempre fatto. A rompere l’equilibrio entra Alessia, una ragazza fragile che interpreta la realtà attraverso il filtro dell’animazione giapponese e, in particolare, di Jeeg Robot: nella sua mente l’eroe dell’animazione giapponese esiste davvero e può apparire anche dove nessuno lo aspetterebbe. Mentre Enzo è costretto a fare i conti con ciò che potrebbe diventare, un altro criminale, Fabio Cannizzaro detto lo Zingaro, vede nella presenza di un superuomo un’occasione per affermarsi e trasformare la violenza in spettacolo, fino a trascinare la città verso uno scontro inevitabile.

Il cast

Il cast è uno dei motori del film. Claudio Santamaria ha dato corpo a Enzo con una fisicità volutamente sgraziata e pesante, costruita anche attraverso una trasformazione importante. Ilenia Pastorelli, allora volto non proveniente dai percorsi classici di recitazione, ha reso Alessia memorabile proprio per quella delicatezza spiazzante che mescola innocenza e dolore. Luca Marinelli ha invece impresso allo Zingaro un’energia magnetica: non era il cattivo tradizionale, ma un personaggio in grado di alternare follia, ambizione e bisogno di riconoscimento, ed è finito per restare nell’immaginario ben oltre il suo ruolo nella storia. Il riferimento a Jeeg Robot invece non è una semplice citazione da nostalgici: è la chiave emotiva e narrativa del film, una lingua condivisa che ha permesso al film di parlare di eroismo a partire da chi, in teoria, eroe non lo è.

Luca Marinetti in Lo chiamavano Jeeg Robot
Luca Marinetti in Lo chiamavano Jeeg Robot

Anche i riconoscimenti raccontano quanto quell’uscita fosse percepita come un evento. Ai David di Donatello il film ha conquistato sette premi, molti dei quali nelle categorie principali, un segnale forte perché arrivava direttamente dalla comunità professionale che quel cinema lo fa e lo vota. Eppure, la strada per arrivare al film è stata tutt’altro che semplice: per anni il progetto ha faticato a trovare chi volesse investire su un’idea allora considerata rischiosa, perché in Italia i film di genere – quindi quelli che non sono commedie o drammi tradizionali – venivano e vengono ancora spesso giudicati poco appetibili dal mercato; numeri alla mano, sono timori sensati: la percentuale di incassi relativa a film horror, d’avventura o altri generi sono residuali sul totale. Mainetti, che aveva già sperimentato l’incontro tra mitologie pop e realtà romana in alcuni cortometraggi, ha finito quindi per metterci del proprio, avviando una piccola struttura produttiva e garantendo una quota di finanziamento che rese più facile coinvolgere altri partner. Con Rai Cinema come co-produttore e Lucky Red come distributore, «Lo chiamavano Jeeg Robot» è arrivato in sala con un budget relativamente contenuto, attorno a 1,7 milioni di euro, e si è giocato tutto sulla qualità del racconto e sulla precisione tecnica.

La rivoluzione

Qui sta una parte della sua rivoluzione . Il film ha dimostrato che si poteva fare spettacolo senza imitare la grande industria hollywoodiana, che l’azione e gli effetti potevano essere credibili anche dentro una Roma lontana da cartoline e senza la patina dei blockbuster. Il suo successo – circa 5 milioni di euro incassati in Italia – non è esploso in pochi giorni, ma è cresciuto nel tempo grazie al passaparola: un segnale importante, perché confermava che il pubblico non era impermeabile al genere, se raccontato con personalità. Per molti è sembrato l’inizio di una nuova stagione: una possibile fascia di cinema italiano più popolare e moderno, capace di unire intrattenimento e identità, senza vergognarsi di essere commerciale.
Eppure la spinta non si è trasformata davvero in un nuovo sistema. Negli anni successivi ci sono stati tentativi di seguire quella strada, ma spesso senza lo stesso equilibrio tra scrittura, regia e visione. Il pubblico non ha sempre premiato i film che cercavano di avvicinarsi a quell’idea di spettacolo, e l’industria, come spesso accade, ha interpretato il caso come un’eccezione più che come un modello. La traccia più evidente del cambiamento, semmai, è stata tecnica: dopo «Lo chiamavano Jeeg Robot» è diventato più naturale per molte produzioni italiane affidarsi a soluzioni digitali, postproduzione ed effetti visivi con un approccio meno timoroso e più in linea con gli standard contemporanei. L’avvento delle piattaforme streaming, in questo senso, ha avvantaggiato ulteriormente questo procedimento.

A dieci anni di distanza, resta quindi un doppio bilancio. Da una parte un film che poteva aprire una rivoluzione più ampia e che, per vari motivi, non l’ha completata fino in fondo (non per colpa sua); dall’altra un’opera che ha già cambiato abbastanza da non poter essere archiviata come una moda passeggera. «Lo chiamavano Jeeg Robot» è riuscito a far immaginare un cinema italiano diverso e, anche quando quel «diverso» non è diventato la regola, ha lasciato un esempio difficile da replicare: un caso unico, nato controvento, che ancora oggi vale la pena di rivedere in sala per capire da dove passa, a volte, la possibilità di cambiare le cose.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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