Cinema

Su Netflix torna «One Piece»: perché è diventato un fenomeno mondiale

Cristiano Bolla
La seconda stagione della serie «in carne ed ossa” rilancia un immaginario, quello creato da Eiichirō Oda, che da quasi trent’anni appassiona e influenza milioni di persone (e vip)
La seconda stagione di «One Piece» su Netflix
La seconda stagione di «One Piece» su Netflix
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Da oggi, 10 marzo, «One Piece» torna su Netflix con la seconda stagione del live action, intitolata «One Piece: Verso la Rotta Maggiore». È già di per sé una piccola eccezione in un settore dove adattare bene un manga o un anime è spesso un’impresa quasi impossibile: troppo facile perdere il tono, appiattire i personaggi o normalizzare un immaginario che nasce invece dall’eccesso, dalla libertà e dall’invenzione continua. La serie Netflix, almeno fin qui, ha evitato proprio questo rischio: ha reso più accessibile l’incredibile universo creato da Eiichiro Oda senza sacrificare la sua componente più folle, colorata e avventurosa, quella che ha trasformato «One Piece» in uno dei grandi fenomeni dell’editoria popolare contemporanea, ormai vicino ai trent’anni di vita.

Un po’ di storia

Per capire la portata del fenomeno bisogna partire dall’origine. «One Piece» nasce nel 1997 come manga, un fumetto giapponese. Al centro c’è Monkey D. Luffy (per molti anni conosciuto in Italia solo come Rubber), ragazzo-pirata dal corpo elastico che sogna di trovare il leggendario tesoro chiamato “One Piece” e diventare il Re dei Pirati. Attorno a lui si forma una ciurma di compagni molto diversi fra loro, uniti non da sangue o destino, ma da una promessa reciproca: inseguire il proprio sogno senza rinunciare agli altri. È una trama semplice da riassumere, ma vastissima nell’esecuzione: isole impossibili, governi corrotti, guerre, creature bizzarre, umorismo slapstick e improvvise tragedie personali.

L’impatto

L’impatto economico e industriale è stato enorme. Con l’uscita del volume 114, annunciata il 4 marzo 2026, il manga ha superato le 600 milioni di copie in circolazione nel mondo, di cui oltre 450 milioni in Giappone e più di 150 milioni all’estero. È un dato che conferma «One Piece» come manga più venduto di sempre e come uno dei fumetti più diffusi mai pubblicati. Numeri che lo mettono al di sopra di «Superman», pubblicato dagli anni ‘30. A questo si aggiunge il riconoscimento del Guinness World Records, che certifica a Oda il primato per il maggior numero di copie pubblicate della stessa serie a fumetti da parte di un singolo autore, anche se il conteggio Guinness oggi è fermo a una soglia precedente rispetto ai numeri record comunicati nel 2026.

Fenomeno «One Piece»

Ma i numeri, da soli, non spiegano perché «One Piece» sia diventato un fenomeno così duraturo. La sua forza sta nei temi. Sotto la superficie dell’avventura piratesca, il manga insiste da quasi trent’anni su idee molto riconoscibili anche fuori dal fandom: l’amicizia come scelta, la libertà come responsabilità, la diffidenza verso il potere quando diventa sopruso, la dignità degli esclusi, la lealtà verso la propria comunità. Per questo il simbolo della ciurma di Luffy, il Jolly Roger con il teschio e il cappello di paglia, ha smesso da tempo di essere un semplice logo da merchandising. In diversi contesti è diventato un segno culturale immediatamente leggibile, capace di evocare ribellione non violenta, solidarietà, appartenenza e rifiuto dell’ingiustizia.

Il suo impatto è evidente anche nella cultura popolare, ben oltre i confini del fumetto. Nello sport, in questi anni, i simboli di Luffy sono apparsi a ripetizione. L’ostacolista azzurro Lorenzo Simonelli ha più volte celebrato le sue imprese richiamando «One Piece»: dopo l’argento ai Mondiali indoor di Glasgow 2024 si è presentato con il cappello di paglia di Luffy e ha detto di voler diventare il “Re dei pirati”, mentre agli Europei di Roma il riferimento è tornato nel modo di festeggiare e nel racconto pubblico della sua passione. Nel calcio, sempre più giocatori esultano ispirandosi a personaggi e pose di «One Piece». E per tornare in Italia, il manga e anime da pochi giorni è arrivato anche sul palco di Sanremo, grazie a Tommaso Paradiso e all’accessorio decorato con il simbolo dei pirati di Cappello di Paglia mostrato sul palco, segno di una passione che negli anni ha rivendicato apertamente anche fuori dal contesto musicale.

Un vero e proprio simbolo

Il salto più sorprendente, però, è proprio quello simbolico e sociale. Nel 2025 il Jolly Roger di «One Piece» è comparso in diverse proteste, a partire dall’Indonesia, dove è stato usato come forma di critica al potere e di espressione generazionale. Da lì il simbolo è stato ripreso anche in altri contesti, dal Nepal alle Filippine, fino ad arrivare in alcune manifestazioni europee. Non perché rappresenti violenza o sopraffazione, ma quasi al contrario: perché nell’immaginario costruito da Oda quei “pirati” sono diventati per milioni di lettori il segno di una fraternità scelta, di un viaggio condiviso, dell’idea che l’autorità vada rispettata solo finché resta giusta. È il paradosso che spiega la forza culturale di «One Piece»: una bandiera nata dentro una saga d’avventura riesce oggi a farsi capire anche da chi non ha mai letto una pagina del manga.

La bandiera di «One Piece» sventolata durante le manifestazioni a Città del Messico - Foto dal sioto web Corriere della sera
La bandiera di «One Piece» sventolata durante le manifestazioni a Città del Messico - Foto dal sioto web Corriere della sera

Cosa ci aspetta

La seconda stagione arriva dunque in un momento in cui «One Piece» non è solo una serie da rilanciare, ma un immaginario già pienamente globale. I nuovi episodi portano la ciurma nella Rotta Maggiore, il tratto di mare più leggendario e pericoloso della storia, con tappe come Loguetown, Reverse Mountain, Whiskey Peak, Little Garden e Drum Island. Luffy e compagni dovranno affrontare nemici più duri e prove più grandi, mentre ogni isola metterà alla prova in modo diverso i sogni dei protagonisti. Tornano Iñaki Godoy, Mackenyu, Emily Rudd, Jacob Romero e Taz Skylar, mentre tra i volti nuovi ci sono Mikaela Hoover come voce della renna umanoide Tony Tony Chopper, Joe Manganiello nel ruolo di Mr. 0, Charithra Chandran in quello di Miss Wednesday, David Dastmalchian come Mr. 3 e Katey Sagal come Dr. Kureha.

Difficile immaginare che il live action riesca davvero ad arrivare fino alla fine del manga, che è ancora in corso e resta vastissimo. Ma forse il punto non è quello. Il punto è che, anche con questa seconda stagione, Netflix sta riuscendo in qualcosa che sembrava improbabile: non sostituire «One Piece», ma restituirne almeno una parte dell’energia, dell’assurdità e del calore umano. Per i fan è un modo per tornare in quel mondo da un’altra porta; per chi non lo conosce, può essere l’inizio di un viaggio dentro uno dei racconti popolari più influenti del nostro tempo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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