Filippi: «Nella storia di zio Egidio la mia Brescia dell’accoglienza»
Attrice, artista visiva e scrittrice, Camilla Filippi ha esordito nella regia di un lungometraggio, «Come quando eravamo piccoli», girato a Brescia e presentato alla Festa del Cinema di Roma.
Un documentario autobiografico, che domani (alle 21) e sabato (alle 16) verrà proposto al Nuovo Eden di Brescia alla presenza della regista.
Al centro della narrazione Camilla ha messo lo zio Eugenio Bordiga, nato con una lesione cerebrale da forcipe che lo ha reso ipovedente, raccontato nel momento in cui va in pensione dopo decenni di servizio agli Spedali Civili; ma anche il proprio fratello Michele (sempre rimasto accanto al congiunto) e sé stessa, in un bel ritratto di famiglia. L’abbiamo intervistata.
Camilla, il suo approccio alla disabilità è antiretorico, suona vero…
Io e mio fratello siamo cresciuti pensando che nella vita bisogna prendere anche le disgrazie con leggerezza: ce lo hanno proprio insegnato, e questo ho cercato di riportare nel film. Detesto quando le persone si accostano alla disabilità con sentimenti pietistici, anche se sono comprensibili. Ma non tralascio quell’amarezza che la vita porta con sé e che mio zio esprime con una frase: «A me è solo la nascita, che m’ha fregato!». Non la cavalco, mi limito a riportarla come verità.

Un po’ di malinconia c’è nel finale, quando zio Gigio si abitua a una quotidianità diversa, dopo la pensione e un viaggio con voi nipoti…
La ragione è che ci sono le buone intenzioni, c’è il tentativo di fare il meglio, ma c’è anche la solitudine di ciascuno di noi: io me ne devo tornare alla mia vita, zio Egidio e Michele alla loro. Non è una condizione solo di mio zio, in quanto persona con disabilità; è un po’ quella di tutte le persone anziane, perché il mondo va a un ritmo diverso dal loro. Volevo che questa cosa si percepisse chiaramente, perché mi piacerebbe che chi vede il film prendesse consapevolezza della solitudine degli altri (un parente, il vicino di casa, chiunque…) e facesse qualcosa anche di piccolissimo per alleviarla, dedicandogli tempo, una visita, una telefonata.
Il titolo annunciato era «Il regalo della pensione». Perché l’ha cambiato?
Arrivata alla fine del montaggio, mi sono resa conto che quel titolo avrebbe creato un’aspettativa che il film avrebbe forse tradito. Il regalo è un pretesto per raccontare qualcosa di più grande: la famiglia, il tuo ambiente, la tua città. Quando sei giovane scappi da tutto ciò, ma più cresci, più senti la necessità di riconnetterti con quello che ti ha permesso di essere la persona che sei, in positivo e in negativo. «Come quando eravamo piccoli» racconta un momento della vita di noi adulti.
Nel film c’è un tripudio di colori che lo zio Egidio esprime in particolare nell’abbigliamento. È una sua caratteristica?
È sempre stato così, perché in lui è viva e forte la fanciullezza. Che è senz’altro figlia di una lesione, ma che lo rende curioso e lo fa essere felice, comunque, della vita che ha.
Lei ha un rapporto bellissimo con Brescia.
Perché Brescia è bellissima, e io sono quello che sono perché sono nata a Brescia, in cui un giorno vorrei tornare. La città, in tutte le sue componenti, è stata fondamentale anche per il film, ha sposato il progetto, lo ha reso possibile. È una grande comunità di persone, accogliente, qualità che si è sempre manifestata anche nei confronti dello zio Gigio.
L’esperienza in regia proseguirà?
Sto scrivendo il mio primo film di finzione, in cui non sarò interprete. Girando questo film ho capito che la regia e l’interpretazione, due strade meravigliose, per me sono tali quando sono separate: da interprete sei portato nel mondo di qualcuno, è un privilegio ed è stimolante; la regia è un’altra cosa, è fare entrare le persone nel tuo mondo. E io voglio tenere queste due strade separate. //
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