Dietro a «Revenant – Redivivo» ci sono alcuni incredibili aneddoti

Dal 2 al 4 marzo 2026 torna in sala «Revenant – Redivivo», il film che nel 2016 ha segnato la stagione degli Oscar portando Leonardo DiCaprio al suo primo, attesissimo riconoscimento come miglior attore. Per l’occasione il Multisala Oz di Brescia lo ripropone con tre appuntamenti: lunedì 02/03 alle 21.00, martedì 03/03 alle 21.00 e mercoledì 04/03 alle 18.50.
Il film
È un western atipico, immerso nelle nevi e nella fatica, che racconta una storia di sopravvivenza e vendetta nella frontiera americana dell’Ottocento. Ma, oltre alla trama, il film continua a far parlare di sé per ciò che è successo dietro la macchina da presa: una lavorazione così estrema da diventare essa stessa parte del suo fascino, tra scelte tecniche radicali, spostamenti forzati e racconti “da set” così assurdi da sembrare inventati.
La vicenda prende spunto dalla figura storica di Hugh Glass, trapper realmente vissuto, dato per spacciato dopo l’aggressione di un orso e costretto a trascinarsi per chilometri in un ambiente ostile. Nel film, Glass è interpretato da DiCaprio, mentre Tom Hardy veste i panni di Fitzgerald, l’uomo che sceglie l’opportunismo quando la spedizione si trova nei guai. Il racconto è asciutto e fisico: qui la frontiera non ha nulla di romantico, e la natura non fa da sfondo, ma da feroce antagonista. È un’idea di western lontana dalla polvere del deserto e dal sole, più vicina al gelo, al fango e alla fatica.
Dietro le quinte
Questa sensazione nasce anche da una scelta tecnica precisa: il regista Alejandro González Iñárritu e il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki hanno cercato un’immagine il più possibile “vera”, rinunciando a molte comodità tipiche di un set tradizionale. Gran parte delle riprese è stata impostata sulla luce naturale, con un margine di manovra ridotto: poche ore utili al giorno, condizioni meteo imprevedibili, temperature proibitive. Lubezki ha lavorato con camere digitali ad alta sensibilità, come l’Arri Alexa 65, e ottiche capaci di reggere le basse luci, proprio per inseguire quell’impressione di realtà che nel film si traduce in inquadrature ravvicinate, respiri visibili, controluce taglienti e paesaggi che non “decorano” la scena, ma la dominano proprio.
Aneddoti
Gli aneddoti dietro a «Revenant – Redivivo» meritano un capitolo a parte. Uno dei più noti riguarda lo spostamento della troupe: la produzione era partita dal Canada, scelto per i panorami innevati, ma il clima più caldo del previsto e la neve che si scioglieva più in fretta hanno costretto a inseguire l’inverno altrove, fino a trasferire una parte delle riprese in Argentina, nell’emisfero sud. Un dettaglio a suo modo divertente: un film che parla di sopravvivenza e ostinazione realizzato con la stessa ostinazione, pur di non rinunciare all’idea visiva di partenza.
Lo stesso Leonardo DiCaprio ha spinto la preparazione del personaggio fino al limite. In una scena ha mangiato fegato di bisonte crudo davanti alla macchina da presa, rifiutando l’alternativa “finta” prevista in questi casi. «Posso nominare 30 o 40 sequenze che sono state alcune delle cose più difficili che abbia mai dovuto fare – ha raccontato in un’intervista - Che si trattasse di entrare e uscire da fiumi congelati, o di dormire in carcasse di animali, o di ciò che ho mangiato sul set. Ho sopportato freddo gelido e possibile ipotermia costantemente». La storia di aver “dormito in carcasse di animali” è diventata una delle più ripetute attorno al film, al punto da trasformarsi in leggenda popolare: al di là di quanto sia stata letterale, rende l’idea del tono della lavorazione e dell’estetica che Iñárritu voleva raggiungere, più vicina a un’esperienza fisica che a una ricostruzione comoda.
Anche la celebre scena dell’attacco dell’orso, tra le più commentate, è stata costruita senza mettere davvero un attore davanti a un animale: l’orso è una creazione digitale, ma la resa “materica” del momento nasce dalla coreografia, dai cavi, dalle prove e da un lavoro di precisione che ha richiesto giorni di preparazione. È un esempio perfetto del paradosso di «Revenant – Redivivo»: un realismo che, per sembrare naturale, passa attraverso scelte tecniche complesse e una disciplina quasi ossessiva.

Considerando tutte queste difficoltà, non sorprende che sul set di Iñárritu (il cui lavoro gli è valso un premio Oscar per la miglior regia) non siano mancate tensioni. Dettagli che spiegano bene perché questo film, anche a distanza di anni, continui a essere raccontato non solo per ciò che mostra sullo schermo, ma per ciò che è costato a chi lo ha fatto. E forse è anche per questo che rivederlo oggi in sala, nel pieno della sua forza visiva, è un’occasione che va oltre la nostalgia: «Revenant – Redivivo» resta un’opera che mette alla prova i suoi personaggi, e che sembra aver messo alla prova anche il cinema stesso.
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