L’«ultimo lavoro» di Naharin è una maratona: applausi al Grande

Il Ballet de l’Opéra de Lyon si è esibito a Brescia con «Last work», che condensa tutto lo stile gaga del coreografo israeliano
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Il Ballet de Lyon in «Last work» di Ohad Naharin - Foto Ascaf
Il Ballet de Lyon in «Last work» di Ohad Naharin - Foto Ascaf

Una maratona in miniatura, metaforicamente e concretamente: «Last work» di Ohad Naharin sono solo 65 minuti di danza, ma la performace andata in scena l’altra sera al Teatro Grande è un condensato dell’opera del coreografo israeliano, con tanti quadri che con pochi stacchi dipingono il grande affresco del suo stile gaga.

Una maratona danzante, dunque, ma anche sportiva. Per tutta l’oretta e poco più di spettacolo, infatti, c’è una donna su un tapis roulant. Che corre, e corre, e corre, indisturbata in un angolo, vestita con un abito blu. Un blu che stacca moltissimo con i colori più neutri della ventina di ballerini in scena: sono i danzatori del Ballet de l’Opéra de Lyon, che a Brescia hanno portato questo «Ultimo lavoro» di Naharin che in realtà ultimo non è, ma che di fatto è un testamento coreutico del suo gaga.

Un lavoro ironico e liberatorio

Al pubblico – che già qualcosa di Naharin aveva potuto vederlo dal vivo – è piaciuta molto l’opera. Mentre mercoledì sera il mondo fuori attendeva la prima fumata del conclave, dentro il Grande gli spettatori hanno osservato per un’ora questo lavoro liberatorio, ironico, spudorato e impertinente, che ogni tanto concede agli occhi qualche delizia sincronizzata, ma che in realtà si piega in milioni di direzioni.

A emergere sono le doti tecniche di questi ballerini classici prestati alla contemporaneità, il loro atletismo spiccatissimo, ma anche l’espressività attoriale della loro fisicità e della loro presenza. Un po’ come nei balletti classici, il palco diventa il salone da ballo dove si svolgono assoli e duetti: il resto della compagnia si accomoda a turno sul fondo, per guardarli dal lato opposto rispetto al pubblico. Si scorgono alcune figure (anche spirituali), si intuiscono movimenti quotidiani e scene accennate (talvolta intime e talvolta piuttosto spinte) e si guarda il grande gruppo in scena divertirsi e divertire.

Individualità collettiva

L’aveva detto anche il direttore della compagnia Cédric Andrieux: l’opera è stata scelta perché mette alla prova i ballerini, unendoli collettivamente ma lasciando che la loro individualità emerga sempre. Lo si è visto bene: lo sguardo viene catturato prima da uno e poi da tutti, poi torna su una figura, quindi abbraccia nuovamente il palco. Gli applausi sono dunque per tutti. Pure per la lodevolissima runner.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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