Balasso al Sociale con Brecht: «Chi è la mia Giovanna dei disoccupati»

Natalino Balasso recupera e attualizza Bertolt Brecht al Teatro Sociale: debutterà in prima nazionale martedì 4 novembre
Elisabetta Nicoli
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Giovanna dei disoccupati al Sociale

A poco meno di un secolo di distanza da «Santa Giovanna dei macelli», un’omonima del personaggio di Bertolt Brecht si fa paladina di umanesimo, contro i meccanismi ingiusti del nostro tempo. Natalino Balasso presenta il suo «Giovanna dei disoccupati. Un apocrifo brechtiano» come «un falso scritto sotto dettatura». Prodotto dal Centro teatrale bresciano con Emilia Romagna Teatro e Teatro Stabile di Bolzano, lo spettacolo debutterà in prima nazionale assoluta martedì 4 novembre al Teatro Sociale di via Cavallotti 20, con repliche ogni sera alle 20.30 fino a sabato 8, e domenica 9 alle 15.30.

Diretto da Andrea Collavino, lo spettacolo inserito nella 50ª Stagione di prosa del Ctb vede sul palco, insieme all’autore, Marta Cortellazzo Wiel, Roberta Lanave e Graziano Siressi, nella scena ideata da Anusc Castiglioni, con costumi di Sonia Marianni, luci di Cesare Agoni e musiche a cura di Celeste Gugliandolo. A Balasso abbiamo rivolto qualche domanda introduttiva.

Com’è la Giovanna dei nostri giorni?

Ho cercato di conservare lo sguardo di Brecht. La nostra contemporaneità è più complessa, ma i caratteri sono quelli. L’abbiamo spogliata degli aspetti mistici e cristiani di una Giovanna d’Arco: è una persona che crede nell’essere umano, nel dialogo e nella reciproca comprensione. Crede nella verità, predica l’amore, vive però in un mondo di squali, è una figura destinata a soccombere. Anche se non è identificabile un padrone vero e proprio, i rapporti di sudditanza non cambiano. Abbiamo dimenticato che l’essere umano ha bisogno di altri. Ci sono gruppi di solidarietà, che scopriamo funzionali agli sfruttatori.

Come si trova Balasso nella parte del capitalista Pierpont Mauler?

Molto bene: è il sogno di ogni attore fare il personaggio stronzo. Oggi è cambiato il dualismo padrone/operaio, non c’è più una classe lavoratrice contrapposta alla proprietà. Abbiamo mille scalini, su cui possiamo trovarci al contempo nella parte dello sfruttatore e dello sfruttato. L’algoritmo non è una persona riconoscibile: è un flusso di dati, che ti può licenziare. Il rapporto di sudditanza permane, ma si è fatto più impersonale. C’è molta ironia, in un testo molto duro. Se una scimmia si accaparra tutte le banane mentre intorno i suoi simili muoiono di fame, la scimmia è considerata un essere aberrante. Se un essere umano della parte privilegiata cerca di non condividere lo mettiamo sulla copertina di Forbes: finisce per essere applaudito da chi sta nel bisogno.

Com’è concepita la scena?

Elementi che sembrano concreti acquisiscono significati diversi: il racconto prevede molte ambientazioni che si susseguono non in modo naturalistico. Lo spettacolo ha quattro interpreti e molti personaggi: con il regista condivido un’idea di teatro dell’attore, con l’impegno a far sì che tutto arrivi, che sia perfettamente comprensibile. Abbiamo provato ad immaginare dove avrebbe guardato Brecht, in una realtà dominata da economia e finanza. Le persone hanno i nomi dei suoi personaggi, credo di aver un po’ usato il suo punto di vista, anche se lui vedeva il comunismo come prospettiva di salvezza: io sono più anarchico, mi interessa il fatto umano.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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