Paliotto dei Santi, i misteri d’oro e di seta di un capolavoro tessile

Capolavoro dell’arte tessile milanese d’epoca sforzesca, fino agli anni Settanta il Paliotto dei Santi veniva utilizzato per celare l’altare d’oro della Basilica di Sant’Ambrogio e altrimenti stipato in un vestibolo alla mercé di sfregamenti e usura. L’ultima valorizzazione risale a 17 anni fa, quando venne inserito nella mostra «Splendori di corte. Gli Sforza, il Rinascimento, la città», allestita nel Castello di Vigevano, e lo si poté pubblicamente ammirare per l’ultima volta.

Un nesso non casuale, quello con la cittadina pavese: è proprio grazie alla datazione documentata di alcuni ricami analoghi, donati da Francesco II Sforza alla Cattedrale di Vigevano nel 1534, che è stato stabilito un riferimento temporale ante quem per il Paliotto milanese, che è fatto risalire indicativamente dagli studiosi ad un periodo compreso fra gli ultimi anni del 1400 e il 1530. Nonostante questo il paramento continua a celare misteri e drappeggiare dubbi che, auspicabilmente, saranno svelati nel corso dei prossimi mesi, quando la pregiatissima tela sarà presa in carico da un team di docenti e studenti della Scuola di Restauro di Botticino, ormai d’adozione meneghina, per un complessivo lavoro di indagine e restituzione.
Tempi incerti
Se l’obiettivo è riconsegnare il tesoro allo scalone della Sala San Satiro, dove è attualmente conservato, entro la fine dell’anno e in tempo per le prossime celebrazioni ambrosiane, resta l’incertezza che sarà determinata dalle scoperte che emergeranno e dai tempi tecnici dettati dalla Sovrintendenza, che seguirà da vicino i lavori.
Proprio il tema dello studio, oltre che del restauro conservativo, è centrale al progetto promosso di concerto dalla Basilica di Sant’Ambrogio - con l’abate mons. Carlo Faccendini e il conservatore del patrimonio Carlo Capponi -, e dalla Scuola di Restauro di Botticino, col provvidenziale sostegno economico di Banca Ifis. Il lavoro sarà portato avanti per fasi, spiega Elisabetta Boanini, coordinatrice di restauro tessile della scuola: «In qualche caso sappiamo già come intervenire, ma alcune parti del tessuto necessiteranno di approfondimenti e studio per individuare il metodo migliore per recuperare l’opera d’arte e riportarla all’originale fruizione senza alterarla, ma mantenendo il suo valore storico e artistico. Va ribadito che si tratta di un oggetto polimaterico, che nel tempo ha subito riposizionamenti e successivi interventi conservativi».
Magete, borchie e oro
Le attuali certezze riguardo al manufatto sono opera della storica del ricamo Maria Luisa Rizzini, che l’ha studiato già nel 2009, in occasione dell’esposizione di Vigevano. «È un pezzo riconducibile alla Milano di Francesco II Sforza. Una Milano dalle committenze lussuose, sia in ambito religioso che laico, come è testimoniato in questo caso dal grande utilizzo dell’oro, di paillettes, chiamate magete, e di borchie.

Il Paliotto dei Santi è costituito da diverse formelle: tre rettangolari, fra cui quella centrale che raffigura Sant’Ambrogio, e otto di forma allungata. Le quali, con buona probabilità, nel 1700 vennero applicate su un diverso tessuto di fondo, visto che quello che vediamo oggi è differente da quello che troviamo descritto nel 1600. Riguardo alle tecniche di ricamo, sono quelle tipiche dell’epoca compresa fra la seconda metà del 1400 e l’inizio del 1500. Le figure sono realizzate con filato metallico dorato e punti di fermatura in seta colorata. Per i volti è stato utilizzato il punto spaccato, che ha un effetto come di pennellata. Il fondo, infine, è costituito da filato metallico su imbottitura, per la realizzazione di effetti diversi. Nel complesso è un’opera di elevatissima qualità».
Da pianeta a Paliotto
Altra certezza è che le formelle nacquero in origine per un parato legato all’abbigliamento liturgico, come una pianeta. E successivamente vennero trasformate in un Paliotto, un oggetto meno legato al variare delle mode e più al culto, come quello di Sant’Ambrogio.

Ciò ha permesso al manufatto di arrivare fino a noi, pur coi successivi interventi di cura fatti con tecniche di integrazione che oggi non sarebbero più utilizzate. Anche queste verranno analizzate e studiate dai sei studenti della Scuola di Restauro di Botticino. Sul valore dell’intervento anche come spunto formativo insistite il conservatore Capponi, mentre l’abate della Basilica ribadisce l’importanza del lavoro complessivo di recupero del patrimonio artistico di Sant’Ambrogio: «Ci sta guidando una convinzione del cardinal Ratzinger, che diceva che a rendere evidente la fede concorrono la vita dei santi e la bellezza che la fede ha prodotto nei secoli».
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