Che fine faranno i murales di Brescia

Brescia ha numerosi graffiti e murales: non tutti sono eredità dei tagger operativi negli anni ’80 e ’90 – si chiamavano così i primi graffitari che si esprimevano prettamente senza autorizzazione – perché negli ultimi anni diverse iniziative e festival hanno coinvolto artisti e artiste di street art che hanno decorato così muri, pareti e in alcuni casi pilastri, cambiando il volto della città.
Alcune opere, peraltro, si possono osservare anche attraverso la realtà virtuale, grazie al Museo di arte urbana aumentata. E in generale si tratta di lavori di artisti noti e riconosciuti: Vera Bugatti, Weik, Jupiterfab, Taleggio, Biro, Demsky...
In ogni caso – che si parli di opere legittime o di interventi spontanei e illegali – è ora di aprire il discorso relativo alla loro conservazione. Che ne sarà di questi lavori sempre esposti alle intemperie?
Il restauro della street art

«Quando abbiamo deciso di intervenire con i murales in città, l’abbiamo fatto senza programmare preventivamente la manutenzione e la sistemazione», spiega Giovanni Gandolfi dell’Associazione True Quality, che organizza Link, l’Urban Art Festival di Brescia. «I motivi sono diversi, e prima di tutto va considerato che il festival è piuttosto giovane: è nato nove anni fa e il discorso sul restauro dei graffiti non era ancora attivo. Va anche detto che il movimento di street art, nella sua forma più pura, prevede che l’arte sia spontanea e illegale. Non è il nostro caso, ma questo ha fatto sì che negli ultimi decenni non si sia quasi mai pensato alla manutenzione delle opere».
Ora però, con l’istituzionalizzazione della corrente e l’ingresso delle opere nei canali più classici come i musei e i festival, iniziano ad arrivare i finanziamenti proprio per intervenire e preservare i lavori più noti, spiega. «Oggi effettivamente le opere di street art sono ritenute arte: prima non era così e non c’era bisogno di alcun restauro, nel sentire comune».
A Brescia

Partendo da questo presupposto, è arrivato dunque il momento di fare una ricognizione delle opere a Brescia, città che ormai ha un buon numero di lavori e che ha anche avviato un processo di storicizzazione della corrente street-art. Nel 2023 c’è stata anche una mostra nella galleria Spazio Contemporanea, «Alias, 25 anni di graffiti a Brescia», esposizione molto utile per ripercorrere la storia e la fenomenologia dei murales e dei tag in città.
«Le opere ormai sono davvero tante – sottolinea Gandolfi – e se una volta erano “scarabocchi” senza valore artistico, oggi prendono valore perché riconosciamo gli artisti e le artiste come precursori di ciò che si fa oggi. Molti lavori stanno scomparendo: alcuni interventi hanno venticinque, trent’anni... Si trovano in sottopassaggi, cavalcavia, luoghi nascosti… Con l’evoluzione urbanistica della città deperiscono e spesso vengono coperti. Sarebbe da capire quali mantenere».
Come stanno effettivamente le opere

I primi interventi (quelli della prima edizione del festival) sono stati fatti a San Polino: alcuni iniziano già a deperire. «Non per i materiali utilizzati, anche perché le superfici vengono lavorate preventivamente per far sì che i segni durino più a lungo, ma perché le pareti degli edifici hanno infiltrazioni, per esempio», chiarisce Gandolfi. «Alcuni sono artisti importanti. Deciso quello, si potrebbe partire».
Prima di tutto bisognerebbe interpellare gli stessi artisti, per capire se loro vogliano effettivamente la manutenzione. Dopodiché sarebbe opportuno indagare cercando qualcuno che voglia investire nel restauro. Gli interlocutori non finirebbero però qui: si dovrebbe coinvolgere l’amministrazione comunale, ma anche una ditta di restauro specializzata in arte muraria.
«Sul territorio ci sono anche delle scuole di restauro», ricorda Gandolfi. «Finora non si è dialogato, ma andando avanti nel tempo il restauro delle opere di arte urbana sarà importante e andrà insegnato a chi impara il mestiere». Insomma: il dibattito è vivace e anche gli istituti di restauro dovrebbero considerare la street art come di primaria importanza, fa capire.
Dal riconoscimento alla manutenzione
Detto questo, a Brescia non c’è ancora una programmazione relativa ai restauri perché – dice Gandolfi – «le opere sono su suolo comunale (non parliamo dunque di quelle comparse su edifici privati, ndr), ma non sono di proprietà del Comune poiché non ancora inserite in un circuito di riconoscimento. Di conseguenza la manutenzione non spetterebbe né a noi, né al Comune».
Una possibile via potrebbe essere il riconoscimento ufficiale. «Se i lavori venissero riconosciuti come patrimonio artistico cittadino, come tali potrebbero essere soggetto di manutenzione e restauro. E a quel punto si potrebbero aprire tante parentesi, non fossilizzandosi solo sulle opere del festival, ma anche quelle nate spontaneamente sul territorio, legali o illegali».
Il discorso sulla legalità
Il punto, dice Gandolfi, sta proprio qui. Quali opere sono considerabili degne di valore storico-artistico e quali no? «Come primo passo si potrebbe proprio riflettere su questo, individuando tutte le opere, decidendo quali sono degne di riconoscimento e ipotizzando poi come procedere».
Anche per non fare errori grossolani, come è accaduto in passato (non a Brescia). «Banksy in Inghilterra, Blu a Bologna… Ci sono opere davvero incredibili sparse in tante zone del mondo e a volte si è proceduto con strappi prima della demolizione di alcuni edifici. E poi ci sono esempi di sbagli eclatanti, come accadde a Pisa: l’enorme murale di Keith Haring “Tuttomondo”, bellissimo è quotato (e già restaurato) fu realizzato coprendo uno dei graffiti dei primi writer. Insomma: è un tema attuale e articolato, anche perché se ne sta parlando all’interno dello stesso movimento. C’è chi ritiene che si debba seguire ancora il canone della spontaneità come agli albori dell’arte urbana, evitando quindi i restauri e preferendo il naturale decadimento dell’opera. La domanda comunque resta: di chi è l’opera? Dell’artista o di chi possiede gli edifici?».
Il murale di via Milano
C’è per esempio un precedente, riguardo al valore storico e alla conservazione di un graffito bresciano: quello sul muretto della Caffaro in via Milano (famoso per la copertina di «In the Court of the Crimson King» dei King Crimson) eseguito verso la fine degli anni ’70 da un piccolo collettivo di giovani di Fiumicello. Tra loro c’era il fotografo Eros Mauroner. «Eravamo un gruppetto di ragazzi tra cui me e Daniela Gottardi. Avevo disegnato il soggetto su un cartone e chiesto il permesso alla Caffaro. Una domenica l’abbiamo dipinto: era un murale naif e semplice, con scritte che riguardavano i problemi del periodo, che sono quelli di oggi: disoccupazione, droga…».
Il murale rimase lì, resistendo incredibilmente anche agli scarabocchi degli imbrattatori. «Pochi anni fa, però, guardando i progetti su via Milano ho notato che quel muretto rientrava tra quelli da abbattere. Ho quindi avviato una petizione online per salvarlo dalla demolizione». Mauroner ricevette quasi immediatamente la chiamata dell’amministrazione comunale: Laura Castelletti, allora assessora alla cultura, gli garantì il salvataggio.
In questo caso, nonostante i cinquant’anni di vita e l’evidente scolorimento, non sono stati eseguiti restauri. Ma non per opposizione del collettivo: anche per Mauroner sarebbe da recuperare, e lui in prima persona si dice disponibile alla conservazione, visto l’affetto che lo lega all’opera. «Soprattutto», dice, «perché ormai fa parte dell’urbanistica e della storia di via Milano».
Come si restaura un murale
Anche chi restaura arte pubblica sottolinea questo aspetto. Se infatti i primi graffiti erano simbolo del caos, ora i murales sono parte della comunità: secondo Scott Haskins – restauratore specializzato in arte pubblica che per molti anni ha vissuto a Brescia (ora vive in California) – gli artisti di murales rendono gli ambienti più piacevoli e vivibili anche perché le opere uniscono gli abitanti. «Negli Stati Uniti», dice, «il discorso sul restauro dei murales è in atto da anni. In Italia si comincia ora. Le cose cambiano rispetto al restauro più classico, prima di tutto dal punto di vista tecnico, ma anche perché la Sovrintendenza non se ne occupa. Ci sono strategie politiche diverse». Meglio quindi definirlo «mantenimento», secondo lui. «Spesso permette di avere finanziamenti pubblici, proprio perché non si parla di restauri, ma di cura del decoro urbano».

Detto questo, anche sui restauri in sé il tema è ampio e aperto. Le tecniche sono infatti diverse e ancora in fase di sperimentazione. Non si sa, per esempio, quanto dureranno i materiali e quanto reggeranno le pellicole protettive che spesso si utilizzano. Molto dipende anche dall’opera di partenza e dal lavoro svolto dall’artista, che può usare più strati pittorici che reggono meglio oppure dipingere con tecniche più deboli. «Lo spessore della pittura fa moltissimo per la resistenza al clima e allo smog. Bisogna però considerare moltissimi aspetti: un murale su una parete che guarda a Nord dura di più, e poi tutto dipende dalla temperatura, dal vento, dalle condizioni degli edifici…».

Con lui concorda Luisa Pari, restauratrice di Lonato. «Il tempo dirà cosa è buono e cosa no. Conosciamo la qualità dei prodotti, ma la durevolezza va ancora sperimentata. Anche i materiali fanno molto: le bombolette e gli acrilici non hanno la stessa consistenza e cambiano le cose anche in fase di recupero».
Secondo lei, la prima cosa da fare sarebbe comunque un censimento delle opere. «L’interesse intorno all’arte pubblica si sta muovendo», fa notare. «Ci sono sempre più opere commissionate e c’è tutto l’interesse a mantenerle. Ma siamo agli albori. Speriamo che ora si sviluppi: è ormai necessario. I murales sono sempre di più: rappresentano un patrimonio di cui a un certo punto bisognerà occuparsi. C’è ancora però confusione sulle definizioni delle opere: non c’è chiarezza su cosa salvare e cosa no. Chiarito quello, si potrebbe procedere».
Cosa ne pensa la sindaca

Anche se rimane solo un’ipotesi, il Comune di Brescia si dice disponibile a sostenere gli interventi, dovessero essere davvero necessari. D’altra parte la posizione dell’amministrazione (da Emilio Del Bono in poi) è abbastanza chiara: Brescia ha sempre supportato sia Link e True Quality che le altre iniziative di graffitismo istituzionale, come per esempio gli interventi degli artisti chiamati da Brescia Mobilità a decorare vagoni della metropolitana e depositi.
«Non solo i piloni, anche le scuole e i campetti da basket sono interessati dalle opere», ricorda la sindaca Laura Castelletti. «Ci teniamo molto: abbiamo creato la piantina, ci sono i tour in bicicletta con l’organizzazione Fiab… E il Link festival l’abbiamo sempre accompagnato: era tra i progetti di Capitale della Cultura. Siamo convinti che la street art sia un settore artistico da sostenere».
Manutenzione e restauro sono quindi secondo la sindaca da considerare, tenendo però sempre conto (anche secondo lei) della scelta degli artisti, che potrebbero scegliere di non voler toccare le opere. «Se invece ci fosse la volontà di recuperare e restaurare, daremmo la nostra disponibilità. Sono opere giovani, quindi per ora la maggior parte resiste, ma anch’io ho notato alcune parti rovinate e ho parlato con l’assessore Valter Muchetti: dobbiamo ragionare e tentare il salvataggio come era stato fatto in via Milano. L’idea è di non disperdere questi lavori».
La disponibilità, nel concreto, si tradurrebbe trovando risorse e sponsorizzazioni, specifica la sindaca, «come peraltro abbiamo fatto finora anche per la realizzazione dei lavori, con molti sponsor tecnici che hanno fornito i materiali. L’ha fatto True Quality con il festival, ma anche Brescia Mobilità, che speriamo continui su questa linea anche ora che arriverà il tram. È un modo intelligente di sostenere l’arte».
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