Arte

Palazzo Reale, Iannaccone e i suoi 140 capolavori da Sherman a Vezzoli

Luca Avigo
Le opere provenienti dalla Collezione Giuseppe Iannaccone, tra cui quelle del bresciano Vezzoli, sono oltre 140 e saranno visibili fino al 4 maggio
  • La mostra ad opera della Collezione Giuseppe Iannaccone
    La mostra ad opera della Collezione Giuseppe Iannaccone
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  • La mostra ad opera della Collezione Giuseppe Iannaccone
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L’arte contemporanea e il collezionismo privato sono due temi con cui il panorama culturale istituzionale italiano fatica ancora a fare i conti. Sorprendente quindi che la mostra «Da Cindy Sherman a Francesco Vezzoli. 80 artisti contemporanei», a Palazzo Reale a Milano fino al 4 maggio, invece di smussarne gli spigoli per renderli più digeribili, ne faccia il suo cavallo di battaglia.

«La Signora Bruschino», 2006 - Courtesy Collezione Giuseppe Iannaccone © Francesco Vezzoli, by Siae 2025
«La Signora Bruschino», 2006 - Courtesy Collezione Giuseppe Iannaccone © Francesco Vezzoli, by Siae 2025

È evidente già dal titolo (più simile a un sottotitolo), che è quanto di più lontano dalla pretesa di assoggettare la produzione artistica contemporanea a un tema altisonante, come spesso si usa fare per vendere mostre collettive di collezioni pubbliche o private. Non viene promesso altro che una grande quantità di nomi noti e attuali, e gli oltre 140 pezzi (esposti in sale che solitamente ne ospitano una sessantina) prestati dalla Collezione Giuseppe Iannaccone, con la curatela di Daniele Fenaroli, è proprio questo che offrono: in ognuna delle undici sale, riempite di opere forti ed eloquenti, si trovano almeno un paio di colossi dell’arte internazionale.

Un best of delle mostre dell’anno

Sembra di essere entrati in un best-of delle mostre dell’anno: c’è Nan Goldin, ora alla Neue Nationalgalerie di Berlino; Matthew Barney, fino a poco fa protagonista alla Fondation Cartier a Parigi; Massimo Bartolini, rappresentante dell’Italia nell’ultima Biennale; Tyler Mitchell, nuovo pupillo del gallerista numero uno al mondo Gagosian e ora in mostra a New York; Shirin Neshat, che ha appena inaugurato una personale al PAC; Tracey Emin, attualmente ospite a Palazzo Strozzi.

Infatti, pur essendo pubblicizzata come una mostra per tutti, l’arte esposta è di livello decisamente alto, ed è quasi completamente assente quella deriva pop – nell’accezione più critica del termine – solitamente indice di un collezionismo commerciale e modaiolo, con l’unica eccezione di due statuette di Banksy (che in effetti stonano), ma che il collezionista racconta di avere (inspiegabilmente) acquisito alla cieca: «Non sapevo chi fosse Banksy ma mi piaceva da morire. Trovavo geniale che l’artista avesse riproposto la ballerina di Degas che però non ballava nei salotti dell’Ottocento, ma con una maschera antigas».

Il collezionista

Come si può notare, la disarmante (o quantomeno insolita) sincerità della mostra non fa eccezione per quanto riguarda la figura del collezionista: l’avvocato Iannaccone, sessantanovenne campano e veemente tifoso del Napoli, non è la classica figura sobria del collezionista privato confinata ad un pannello introduttivo alla mostra.

Giuseppe Iannaccone
Giuseppe Iannaccone

È loquace sia di persona, annunciando alla conferenza stampa che «per me (la mostra) è come l’ambrogino d’oro, è mio e me lo tengo», che sulla carta, non esitando a mettere per iscritto il tipo di aneddoti e opinioni che solitamente non trovano posto nel catalogo di una mostra a Palazzo Reale: «Sapevo che l’opera Untitled (2000) di Laura Owens era di proprietà di un mio caro amico, e un sabato mattina, avendo messo da parte un po’ di denaro, dissi a me stesso: “Tu lo vai a trovare e torni con il quadro”. Andai da lui alle 9:30, a mezzogiorno il quadro era mio». Oppure: «Per quest’opera ho sofferto tanto, è stata una trattativa complessa. A un certo punto sembrava che saltasse; ricordo che alla sera non riuscivo a dormire. Mio figlio piccolo, Leonardo, mi diceva: “Papà, stai tranquillo, se saltasse l’acquisto ti restituirebbero l’acconto che hai versato”».

Ma tale spudoratezza lascia trasparire l’autentica e viscerale passione di una persona in carne e ossa per l’arte. Lungi da intellettualismi, l’esposizione vuole travolgere ed entusiasmare, e se vista in quest’ottica è un ottimo prodotto, che sa ciò che è e lo sfoggia senza esitazione o imbarazzo. Viene comunque proposto un filo conduttore (la ricerca dell’identità), ma si tratta solo di uno spunto, sensato ma non necessario, dato che la mostra è godibile al massimo se ci si lascia trasportare, senza troppe pretese.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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