Lisetta Carmi, le sue foto del sottosuolo parigino in mostra a Brescia

Ad accompagnare la mostra delle foto originali della collezione Antonio Comini, nello spazio della Cavallerizza fino al 15 febbraio ci sarà anche quello che Renato Corsini, direttore artistico della sede espositiva cittadina di via Cairoli 9 definisce «un reportage se non inedito, certo non esposto, che Lisetta Carmi realizzò nel 1965 nella metropolitana di Parigi».
«Métropolitain», a cura di Giovanni Battista Martini e in collaborazione con la Galleria Martini&Ronchetti di Genova, espone 42 stampe in biancoenero che la fotografa genovese (1924-2022) realizzò nel dicembre di 60 anni fa nel «métro», come la chiamano i francesi, ispirata da quel mondo chiuso e di temporanea frequentazione, anche un po’ claustrofobico, la cui prima linea fu inaugurata il 19 luglio 1900 per l’Esposizione Universale.
Il reportage
Dal 5 al 19 dicembre 1965, fra non poche difficoltà dovute alla scarsità (almeno per una buona resa fotografica) di luce, Carmi – che di lì a poco avrebbe realizzato nella sua Genova (dopo quello sui «camalli», gli scaricatori del porto) il reportage sull’emarginazione dei «travestiti» di via del Campo, nel 1972 finito in un libro fra scandalo e polemiche – vagò nei sotterranei parigini con la sua fotocamera. Ne nacque una testimonianza visiva che miscela attenzione alle architetture liberty e ad angoli quasi metafisici (in mostra è quasi da incubo l’immagine di una scala mobile...), alle persone e alle loro spesso trasparenti solitudini (in un altro scatto c’è l’assorta pensosità di una giovane passeggera...) e a quella postura di chiusura psicologica a cui ogni métro spesso induce.
È un reportage «à la Carmi», maestra di raffinata sensibilità reportagistica d’antan, che sciorina insomma non solo l’ambiente e l’atmosfera di quel – per dirla con la moderna serie-cult «Stranger Things» – Sottosopra funzionale, ma un po’ alieno. Esaltandone visivamente con un biancoenero dai toni fortemente contrastati, anche all’epoca futuribili sottotracce analitico-simboliche di uno di quelli che nel 1992 il sociologo francese Marc Augé avrebbe definiti i «non luoghi» proprio per l’implicito anonimato e la rarefatta interazione sociale nonostante l’affollamento umano che li caratterizza.
La fotografa ne trasse un libro da lei stessa impaginato e rilegato, vero esempio di libro d’arte manufatto, che nel 1966 vinse il 2° premio Cultura della fotografia a Fermo. La mostra bresciana, tra l’altro, è allestita nel fedele ordine che lei concepì per quel volume: un mosaicato universo che colpisce per sospesa intimistica estetica, nonché subliminale empatia.
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