Non è un’arte che cerca di rassicurare, né tantomeno di compiacere lo sguardo, quella di Fabio Perino. Al contrario, rimette in discussione le certezze del presente, ne espone le contraddizioni e ne denuncia le storture. «Salvaci, Signore!», ospitata fino al 7 novembre da Spazio Contemporanea, è anzitutto una dichiarazione d'intenti. Lo è anche la scelta del curatore Jota Castro, artista franco-peruviano, già scuderia Minini, con un passato diplomatico alle Nazioni Unite, che ha posto la critica politica e sociale al centro della propria ricerca.
Il percorso
Nove opere inedite compongono un percorso pervaso da amara ironia, in cui Perino smaschera i meccanismi del potere e le forme (più o meno manifeste) di sopraffazione fisica e psicologica dei nostri tempi. Ad accogliere il visitatore sono tre lavori che fissano subito il tono della mostra. «Ram Ram Ram» evoca le prevaricazioni della vita quotidiana attraverso le forme macabramente giocose di un parco divertimenti costruito con scudi e manganelli. In «Cum Panis» un pane dalla forma fallica condensa il rapporto tra violenza, dominio patriarcale e condivisione. «Perform & Repeat» sposta, invece, l'attenzione sull'esistenza nell’era di Tik Tok, sequenza di atti performativi continuamente reiterati.

La riflessione assume una dimensione geopolitica in «Liquid Supremacy», una delle opere più eloquenti: un irrigatore modificato mette in movimento le figure dei grandi (o piccoli?) della terra ridotti a marionette, grotteschi nel loro stesso potere che li domina e li controlla. Potente anche l’opera «Who's Next?» che riporta su una lastra di vetro i nomi degli 802 giornalisti uccisi tra il gennaio 2020 e il giugno del 2026. Il riferimento al gioco delle tre carte trasforma l'azzardo in una domanda inquietante sulla libertà d'informazione.

Perino non cerca la neutralità, né lascia dubbi sulla posizione da cui osserva il mondo. La forza della sua poetica rende visibili meccanismi ai quali l’abitudine rischia di renderci insensibili. E dietro il sarcasmo e l’apparente leggerezza di alcune opere affiora una domanda più scomoda: quanto di ciò che accettiamo come normale è il risultato della nostra assuefazione?



