Arrighini a Breno: in scena l’«Interrogatorio a Maria» di Testori

L’attrice bresciana sarà il 5 marzo in Valcamonica con l’«Interrogatorio» di Giovanni Testori. «La Vergine come simbolo di tutte le madri che soffrono»
La bresciana Maria Chiara Arrighini
La bresciana Maria Chiara Arrighini
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Un testo poetico e potente che interroga le nostre fragilità e, attraverso la figura della Vergine, umanizza quella tensione verso il divino che si traduce in una ricerca di senso e di risposte. A portare in scena l’«Interrogatorio a Maria» di Giovanni Testori è Maria Chiara Arrighini, talentuosa attrice bresciana, recente vincitrice della menzione d’onore al Premio Duse. Il monologo, con la drammaturgia di Sofia Russotto, sarà giovedì prossimo, alle 20.30, al Teatro delle Ali di Breno, nell’ambito del palinsesto Divina Umanità. (Biglietti a 5 euro;).

L’opera di Testori risale al 1979. Cosa ti ha spinto a misurarti con una lingua così complessa e stratificata?

Ho iniziato a studiare Testori per candidarmi alla Bottega amletica testoriana diretta da Antonio Latella. Per il provino era richiesto un monologo e, dopo averne letti moltissimi, ho scelto «Interrogatorio a Maria». Confermo la difficoltà, ma se il primo Testori utilizza un linguaggio che sembra voler smembrare la parola, qui la scrittura, pur stratificata, si traduce in una preghiera. Mi ha incuriosito capire come si potesse interrogare la Madonna. In più ha rappresentato una sfida in un momento in cui stavo mettendo in discussione il mio rapporto con la fede.

In scena interpreti sia Maria che il coro. Come hai lavorato fisicamente e vocalmente per rendere credibile questa scissione?

Mi faccio aiutare da un microfono ad asta, strumento drammaturgico che entra in scena insieme alla Madonna. Mi sono interrogata molto sulla sua postura, sul suo stare in scena, e ancora non ho una risposta certa. È una figura estremamente passiva finché non risponde, ma quando prende la parola emana una prepotenza importante che si trascina via tutto, tanto che anche il microfono a un certo punto sparisce. Il lavoro vocale sul coro veicola una richiesta insistente, che pretende un riscontro velocemente quando, invece, il tempo di risposta di Maria è più dilatato. Ma questo implica, da parte sua, pensiero e cura.

Qual è, secondo te, la domanda più urgente che la tua Maria pone al mondo contemporaneo?

Maria a un certo punto descrive al coro il suo abbraccio al cadavere del figlio, che ha deposto dalla croce. Un’immagine che mi ha fatto pensare a chi sono oggi le figure delle madri che depongono questi corpi. E che, come lei, chiedono al coro, a noi, di pensare a quei figli uccisi. Allo stesso tempo Maria è un simbolo fortissimo di speranza e di forza: ha accettato il suo destino, pur nella consapevolezza che avrebbe visto suo figlio morire.

Hai affrontato questa figura più come un’icona religiosa o come una donna che vive un dramma umano?

Effettivamente Testori descrive una Madonna estremamente umana e concreta, pur attraverso un linguaggio altissimo e poetico. Sceglie di non incasellarla, ma di renderne piuttosto la complessità. Quindi non la rinchiude dentro una cosa sola. La umanizza, ma non la semplifica.

Che rapporto hai con la spiritualità?

Quando ho cominciato a lavorare al testo non ero in pace con questo argomento. All’epoca stavo vivendo un allontanamento molto doloroso dalla fede, che però mi ha consentito di scoprire altre cose. Attualmente posso dire di essere alla ricerca, consapevole che per me la spiritualità è qualcosa di morto importante.

Come sta procedendo la tua residenza a Lione?

È un’esperienza bellissima, di cui sono molto grata. Ci troviamo in mezzo alla campagna, in una zona verde vicino a Lione. «Architetture», lavoro selezionato per il Grand Tour 2025, ruota intorno alla filmografia della regista e sceneggiatrice francese Céline Sciamma. Stiamo costruendo il progetto, sostenuti da servomutoTeatro, associazione under 35 di produzione teatrale di Brescia. Al momento siamo in fase di studio. È un bellissimo cantiere aperto.

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