Cultura

Ara Malikian, funambolo violinista libanese dall’energia strabiliante, incanta il Vittoriale

Entusiasta il pubblico per il violinista libanese che fa spettacolo con tutto il corpo e chiude la 23esima edizione della Milanesiana
  • Ara Malikian in concerto al Vittoriale per la Milanesiana
    Ara Malikian in concerto al Vittoriale per la Milanesiana
  • Ara Malikian in concerto al Vittoriale per la Milanesiana
    Ara Malikian in concerto al Vittoriale per la Milanesiana
  • Ara Malikian in concerto al Vittoriale per la Milanesiana
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  • Ara Malikian in concerto al Vittoriale per la Milanesiana
    Ara Malikian in concerto al Vittoriale per la Milanesiana
  • Ara Malikian in concerto al Vittoriale per la Milanesiana
    Ara Malikian in concerto al Vittoriale per la Milanesiana
AA

Diavolo d’un Malikian! Al Vittoriale, il violinista libanese suona da fuoriclasse e diverte, rivelandosi affabulatore contagioso. E poco sembra importargli che non ci sia il pubblico delle grandi occasioni bensì 700-800 spettatori al massimo, comunque entusiasti.

Il suo concerto fa calare il sipario sulla 23ª edizione della Milanesiana, con Elisabetta Sgarbi - ideatrice e direttrice del sontuoso festival itinerante - a introdurne personalmente l’esibizione, tracciando al contempo un bilancio della kermesse: «Siamo alla cinquantunesima giornata, quella conclusiva della Milanesiana d’estate, quest’anno dedicata al tema dell’“omissione”». Quindi, la presidente di La Nave di Teseo annuncia l’ospite e la band di supporto, formata dai cubani Ivan Melon Lewis al piano, Ivan Ruiz Machado ai bassi, Georvis Pico Milan alla batteria, Dayan Abad alla chitarra.

Ara Malikian è un funambolo dall’energia strabiliante, che fa spettacolo con tutto il corpo. Un folletto con capigliatura alla Caparezza, barbetta da pirata e look zingaresco. Sbuca dalla penombra, suonando una tenera nenia orientale, evocativa di notti da mezzaluna, che all’improvviso accelera in cavalcata rockeggiante, prima di trasformarsi in tango e poi, senza soluzione di continuità, cambiare nuovamente registro e farsi suite da prog anni 70, seguita da un prodigioso assolo in cui gli altri strumenti si ritraggono come intimiditi.

Gli applausi scrosciano copiosi, mentre si palesa il mood di serata, che rifulge nella varietà, non solo da brano a brano, ma dentro lo stesso pezzo. Con simpatia irresistibile, Malikian racconta di sé e della sua famiglia armena: lo fa in italiano maccheronico, mescolato con lo spagnolo che è diventato il suo idioma. Quindi suona un pezzo dedicato al nonno: crossover a livello di sonorità, sfoggia le doti di esecutore muovendo l’archetto con precisione teutonica (ha svolto buona parte degli studi in Germania), velocità supersonica, propensione alle distorsioni, grazia sorprendente.

È straziante il gipsy ante litteram di «Canzoni che mia madre mi ha insegnato» del boemo Antonin Dvorák, commentando il quale Ara fa scompisciare la platea, redarguendo amabilmente Freddie Mercury dei Queen, «che con il successo di "Bohemian Rhapsody" ha creato una terribile confusione intorno ai concetti di boemo, bohémien, bohemio...».

C’è spazio per un’improvvisazione «maiali e farabutti» (così definì Malikian, e la formazione che lo accompagna, il compositore cubano che vide stravolta la propria opera), per un brano «à la Paganini» (l’idolo di Ara) scritto per le sorelle maggiori, per melodie classiche (il magnifico «Preludio Op. 28 n. 4» di Chopin), per folgorazioni elettriche ispirate dal figlio («Calamar robotico»), per un maestoso Bowie d’annata («Life On Mars»). E pure per creazioni autobiograficamente cupe e malinconiche eppure trascinanti («Alien Office») o di dolcezza infinita («Ninna nanna rugosa»). Musica senza confini, che arriva all’anima, emozionando.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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