Alan Friedman: «Harris o Trump, prepariamoci al declino degli Usa»

Nicola Rocchi
Ospite a Brescia, il giornalista si è detto pessimista: «Si va verso una guerra civile a bassa intensità. L’Europa? Una Disneyland per cinesi»
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Friedman, la fine dell'impero americano
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Una «controstoria dell’America» che denuncia, senza sconti per nessuno, il «fallimento della leadership americana in alcuni snodi cruciali della storia» e ne profetizza il «declino inesorabile».

Alan Friedman non ha lasciato molte speranze al pubblico venuto ad ascoltarlo all’incontro di Dopo Librixia nell’auditorium San Barnaba, in città. Il giornalista e conduttore televisivo statunitense – oggi anche ballerino nella trasmissione «Ballando con le stelle» – ha presentato il libro «La fine dell’impero americano» (La Nave di Teseo, 352 pp., 22 euro), una «Guida al Nuovo Disordine Mondiale» che ci attende nei prossimi dieci o vent’anni, «indipendentemente da chi vincerà le elezioni in America».

La controstoria dell’America

Friedman ha discusso con Carlo Piccinato, segretario generale di Confartigianato Lombardia. La prima parte della sua «controstoria» – ha spiegato – guarda all’America dalle finestre dello Studio Ovale, denunciando gli errori di tutti i presidenti succedutisi dal 1945 ad oggi: da Kennedy «che ci ha portato alla guerra in Vietnam e alla guerra fredda», ai bombardamenti sanguinosi voluti da Nixon e Kissinger in Cambogia; dall’umiliazione subìta in Iran da Jimmy Carter alle «guerre disastrose» di George Bush; dall’entusiastico abbraccio di Clinton alla globalizzazione «e alla deregulation che ci ha portato alla crisi del 2007», ai «pasticci» combinati da Obama in Libia ed Egitto.

Le elezioni presidenziali

Si arriva infine alla sfida elettorale tra Kamala Harris e Donald Trump. Friedman voterà Harris, «turandomi il naso come fate voi italiani, che siete esperti nel votare il male minore… Harris è carismatica, ma superficiale e mediocre; ha buone intenzioni ma non riuscirà a fare più di quello che già Biden non ha fatto in politica estera».

Su Trump il giudizio è molto più duro: «I nostri anni Venti non sono molto lontani dagli anni ’20 del Novecento: i populisti cercano capri espiatori, e Trump ha appena attaccato ebrei, neri ispanici… Ha tolto all’America il cerotto del razzismo e oggi abbiamo un Paese spaccato in due, con famiglie intere che non si parlano tra di loro e la metà che aderisce al culto di Trump pronta ad accettare qualunque cosa dica».

Il giornalista non fa previsioni sull’esito delle elezioni, ma invita ad «allacciare le cinture», sia se Trump dovesse perdere sia se vincesse. «Se perde rischia una condanna alla prigione o agli arresti domiciliari per il resto della vita. Se vince e prende anche il controllo sul Congresso, il nostro sistema democratico di pesi e contrappesi non esisterà più». Il Partito repubblicano è pronto a seguirlo: «Su 210 deputati, 180 affermano che Biden non è il presidente legittimo. Trump ha fatto fuori tutti i moderati e chi non appoggia la sua linea perde ogni finanziamento».

«Guerra civile a bassa intensità»

Friedman disegna il quadro di una nazione che «rischia una guerra civile a bassa intensità. Sono registrate 360 sparatorie di massa all’anno, nelle quali muoiono ogni volta almeno quattro persone; un sondaggio recente rivela che il 25% degli americani (e il 41% di chi vota Trump) ritiene lecito l’uso della violenza in campagna elettorale. Il 49% degli americani non crede più nella democrazia. Non penso che le cose cambieranno. Siamo un Paese grande e pieno di energie, ma nell’arco della storia il declino mi appare inesorabile».

Se gli Stati Uniti non saranno più la «città sulle colline» dipinta da Reagan, che dall’alto della sua superiorità morale si impegna a rendere il mondo più sicuro – «anche per vendere i prodotti americani sui mercati mondiali», aggiunge Friedman, altri soggetti consolidano la loro leadership. «La Cina è alla guida di un gruppo di Paesi che vogliono affermare la dittatura contro la democrazia. Se li si guarda tutti insieme, si comincia ad avere un’idea del nuovo mondo, in cui l’Europa rischia di diventare una Disneyland per cinesi ricchi. Il vostro continente non ha voce sullo scacchiere mondiale perché è privo di una difesa comune. È una tragedia, perché l’Europa è l’ultimo luogo nel quale sono rispettati i diritti civili e umani».

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