Al Santa Giulia arriva Dado: quando la comicità diventa specchio

Il cabarettista romano reso famoso da Zelig si esibirà al teatro il 14 marzo con «Titolo di studio: la strada»
Giorgio Bardaglio

Giorgio Bardaglio

Vicedirettore

Dado Gabriele Pellegrini sul palco - © www.giornaledibrescia.it
Dado Gabriele Pellegrini sul palco - © www.giornaledibrescia.it

L’evoluzione di un autore ovvero quando il comico diventa grande. Gabriele Pellegrini, in arte Dado, ha completato da un pezzo la metamorfosi da cabarettista fulminante da villaggio turistico a umorista che mette a nudo la società in cui viviamo, specchiandosi. Letteralmente. Lo spettacolo che porta in scena («Titolo di studio: la strada») e che sarà a Brescia il 14 marzo, al teatro Santa Giulia, è infatti un continuo attingere dalle persone in sala, confrontandosi.

Potremmo definirlo spettacolo interattivo.

Sì, faccio partecipare il pubblico. La mia è un’indagine sulle persone che mi somigliano.

E chi sono le persone che le somigliano?

Quasi tutti. Diciamo che il mio modello è quello del piccolo borghese, molto comune, con delle sue peculiarità.

Quali?

Quelle delle piccole soddisfazioni, delle cose semplici: avere una famiglia, essere padre dei figli, fare la spesa...

Sulla spesa al supermercato si basa una parte di ciò che mette in scena.

È vero. Parto dal fatto di come i supermercati siano allestiti per farci comprare ciò che vogliono, non sulla base di un bisogno, bensì di un impulso.

Ci sono studi su questo.

Ed è da lì che parto, illustrandoli, spiegando che alla fine noi pensiamo di essere autonomi, in verità ci viene tolto il libero arbitrio: ci fanno acquistare ciò che vogliono.

Sarebbe esagerato dire che si vuole rappresentare una sorta di nuova classe media?

Non nuova, la solita classe media. Ora crediamo sia scomparsa, ma che in realtà c’è, siamo noi, la maggior parte di noi, che ci somigliamo tutti.

Nel bene e pure nel male?

Sì, anche nel lati peggiori, che poi sono quelli che io cerco di raccontare, partendo da me stesso, non avendo imbarazzo ad ammettere le mie debolezze di essere umano.

Tra palco e platea parla anche di «woke», di «wokismo».

Sì, «woke», nel senso letterale, «svegliati!». Non dormire sugli stereotipi, anche se ci costringiamo ad essere diversi da come ci sentiamo. Per una causa giusta, non è permesso nulla, ci auto castriamo in tutto.

È corretto dire che usa la comicità affinché ciascuno trovi maggiore consapevolezza?

L’intento è quello, anche se detto così può sembrare noioso o saccente. In verità si ride soprattutto. Molto.

Quando scrive i testi ha un modello di riferimento?

Certamente. Mia suocera. La sua soglia di attenzione e anche di comprensione delle battute la utilizzo come metro: se ride lei, ridono tutti.

In fatto di risate il Dado a teatro è quello di sempre, quello esilarante, che canta brani famosi cambiando le parole.

È vero anche questo. E devo dire che mi fa sorridere pensare che un genio assoluto, sia pure con un bel caratterino, come Francesco De Gregori, è restio a cantare nei suoi concerti la sua «Alice guarda i gatti», perché il pubblico gli fa da coro: «E i gatti guardano le alici».

«Titolo di studio: la strada», come mai questo titolo?

È ispirato ai social, a quanto a volte si trova scritto sui profili, come se bastasse la strada per affrontare il mondo. Non è così, bensì quello che vogliono farci credere. In verità occorre studiare, conoscere. Essere consapevoli, appunto.

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