Ha scritto e lavorato ai suoi testi fino all’ultimo giorno. Lo ricorderemo così, Achille Platto, autore e impareggiabile interprete del suo «Bibbiù», ma convinto, e a ragione, che il suo capolavoro fosse «Aqua trobia». Poeta autentico e puro, che, fra dialetto clarense e italiano, per tutta la vita ha scavato nel dramma dell’abbandono della campagna, con i suoi valori antichi e la sua durezza, e dell’avvento dell’industrializzazione, con i suoi falsi miti basati sui «solcc»: si è spento ieri mattina a 75 anni, dopo una lunga malattia.
Stella del dialetto
La sua storia inizia al concorso "Gabriele Rosa" negli anni Settanta: fra coloro che in piazza della Loggia si alternavano a declamare le loro composizioni, si presentò un giovane bello, alto e biondo, con due occhi chiari e spiritati, che con voce tonante e singolarmente acuta diceva i primi versi del suo «Bibbiù», nato a brani come poesia d’occasione (matrimoni, feste di paese). L’autorevole e severa penna di Renzo Bresciani lo segnalò su queste colonne, e il maestro elementare capì di essere un poeta di razza. Il «Bibbiù» fu pubblicato nel 1978 su disco, con prefazione di Bresciani; poi nella sua forma completa uscì da GAM nel 1987, con prefazione di Pietro Gibellini e tavole di Giovanni Repossi, ed ebbe riedizioni successive.




