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Cultura e Spettacoli

L’ANNIVERSARIO

Pavese: 70 anni dopo la tragedia, l'opera continua a parlare

Iuri Moscardi

Cultura e Spettacoli
27 ago 2020, 14:10
Cesare Pavese - Foto © www.giornaledibrescia.it

Cesare Pavese - Foto © www.giornaledibrescia.it

Il 27 agosto 1950 fu un giorno triste per la cultura italiana: in una stanza d’hotel a Torino veniva rinvenuto il cadavere di Cesare Pavese, suicida. A 42 anni, fresco vincitore dello Strega con «La bella estate» (in cui la Rosetta di «Tra donne sole» si uccideva nello stesso modo), compiva quel gesto che aveva bramato fin da ragazzo, come si è scoperto leggendo gli epistolari e «Il mestiere di vivere». Settant’anni dopo (l’anniversario cadrà domani), l’Italia del 1950 non esiste più, ma il poeta, lo scrittore, l’intellettuale e l’uomo hanno ancora tanto da dirci.

Lo dimostrano, innanzitutto, i suoi libri, a cui dedicò la vita professionale e interiore: oltre che «dittatore editoriale» di Einaudi (che ne ripropone ora i libri con copertine di Manuele Fior e introduzioni di alcuni tra i suoi migliori autori, da Starnone a Scarpa, da Paolo Giordano a Lagioia, Wu Ming e Donatella Di Pietrantonio), Pavese fu un poeta e un romanziere straordinario, capace di affrontare un’ampia varietà di temi. Più lo leggiamo e più ne apprezziamo le doti di sperimentatore, un intellettuale volto a difendere l’autonomia della letteratura, da lui concepita come insieme di valori umanistici.

Tradusse «Moby Dick» (1932) per far scoprire all’Italia fascista la speranza umana della letteratura americana. Con le poesie di «Lavorare stanca», il suo primo libro (1936), elaborò un nuovo tipo di verso lungo e col primo romanzo «Paesi tuoi» (1941), scambiato per Neorealismo, una nuova poetica che univa simbolismo e realismo. I «Dialoghi con Leucò» (1947) e «La casa in collina» (1948), stroncati dalla critica militante nel primo Dopoguerra, mantengono un valore universale. Il suicidio lo fece amare dai giovani degli anni ’60-’70 e la critica iniziò a studiarlo subito dopo la morte: a pochi è dedicata una tale mole di studi (ultimo il «Taccuino segreto», a cura di Francesca Belviso, appena pubblicato da Aragno), biografie, traduzioni (a breve in Usa la traduzione completa del «Mestiere di vivere») e tesi di laurea.

Un altro segno tangibile dell’affetto dei lettori è il numero dei visitatori della Fondazione Pavese di Santo Stefano Belbo: più di 5000 nel solo 2019 (di cui 1000 studenti) a esplorare i luoghi pavesiani e leggere sul frontespizio dei «Dialoghi con Leucò» le sue ultime parole. La stessa Fondazione nel 2012 e 2013 organizzò una rilettura su Twitter de «La luna e i falò» e dei «Dialoghi con Leucò», raccogliendo la partecipazione entusiasta di tanti lettori, vecchi e soprattutto nuovi. Pochi anni dopo la sua scomparsa, nel 1954, Moravia condannò lo scrittore e l’uomo sul "Corriere della Sera" nell’articolo «Pavese decadente».

Ma Moravia sbagliava: noi oggi continuiamo ad amare Pavese proprio per la sua umanità imperfetta. Pavese l’impolitico, che si riteneva incapace di vivere perché non si sposò mai (e per questo si costruì una vita immateriale attraverso la letteratura), che non fece la Resistenza, non era il supereroe che Moravia credeva di essere. Ma è per questo che ritroviamo in lui le contraddizioni e i dubbi di tutti noi, uomini comuni spaesati davanti ai cambiamenti del nostro secolo (che sia il XX o il XXI). Il finale della «Casa in collina» ne è un esempio: solo un intellettuale senza preconcetti poteva scrivere parole capaci di riflettere così a fondo sull’essere umano. Per questo continuiamo a leggere Pavese: il suo è un messaggio universale, che regala a ognuno la speranza di ritrovare nella letteratura un frammento di sé.

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