Gazich al Vittoriale: brividi nel girotondo della vita

Pubblico in piedi per l’emozionante live del musicista bresciano: una «serata-evento»
Al Vittoriale il concerto di Michele Gazich
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Al Vittoriale il concerto di Michele Gazich

Il Vittoriale in piedi, per Michele Gazich. Non poteva esserci posto migliore della casa del Vate per la presentazione live, avvenuta ieri, di «Argon», decimo e bellissimo album del mirabile «scrittore di parole» bresciano, che vi ha distillato esperienze, conoscenze, cultura, memoria (personale, popolare, collettiva), vita.

«Evento» lo ha definito Maurizio Matteotti (caposervizio Cultura e Spettacoli del nostro giornale, che ha introdotto il concerto), restituendo una pregnanza perduta al sostantivo; poi ci hanno pensato «l’ebreo errante con il violino» e gli affiatati sodali (Marco Lamberti, Giovanna Famulari) a confermare la portata dell’appuntamento, accumulando emozioni su emozioni.

In viaggio nell'album

In apertura, «Materiali sonori per una descrizione dell’anima di Paolo F.» (tributo allo scrittore anarchico Finzi), quindi «Guerra civile» - dall’ellepì «La nave dei folli» - che in passato dava il via a ogni esibizione dell’artista e ancora ci scuote nel nome di un «Dio che sopravvive nei dettagli, nelle crepe dei centri commerciali».

Il nuovo disco fa capolino con «La maga e lo straniero», a creare l’atmosfera per «Argon», title-track e brano simbolo, in equilibrio tra il cartavetrato recitar cantando di Gazich e la voce celestiale di Rita Tekeyan (songwriter di origine armena, ospite a Gardone), latore di una melodia che artiglia il cuore muovendo da «un sottosuolo di sofferenza». Poi è luce abbacinante con l’inedita «Farfalla, falìa, favilla», poi tenebra sulle note di «Viaggio al centro della notte», quindi ricerca di senso in «Come Giona», prima di rendere omaggio all’antico padrone di casa attraverso «Il Vittoriale brucia»: al centro un D’Annunzio vecchio e oltraggiato, non più fascista e lontano dai clichè, con il quale Gazich stabilisce un’insospettabile legame empatico.

E che dire, nella prodigiosa «Canticchiare aiuta», del Montale che «prigioniero di un corpo sempre più mortale... scrive e vive», consapevole «che la morte non avviene in rima/ma canticchiare a volte aiuta/mentre scendi quella china»? Giungono incantevoli pagine sparse, da «Alice, la bambina» a «La biblioteca sommersa» (struggente metafora dell’Europa confusa), quindi riaffiora prepotente la poesia - fil rouge nemmeno tanto sommerso dello show - con il potere taumaturgico (per l’anima, quantomeno) che si porta dietro: riecheggiano Pier Paolo Pasolini ne «L’angelo ucciso»; Ingeborg Bachmann nell’ossimorica meraviglia de «Il fuoco freddo della luna»; Paul Celan - il più grande cantore ebreo in versi del ’900 - ne «Il latte nero dell’alba», ennesima vetta da brividi.

Nei bis, altre note inedite avviluppate al girotondo della vita, quindi versi di dolce e sommessa malinconia («Lettera a Claudio»), spediti a un indirizzo del cielo per lo «zingaro felice» Lolli.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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