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Cultura e Spettacoli

L'INTERVISTA

«Agli adolescenti chiediamo: come va in Internet?»


Cultura e Spettacoli
21 gen 2022, 09:19
«Onlife». Nella vita degli adolescenti la connessione è parte integrante

«Onlife». Nella vita degli adolescenti la connessione è parte integrante

La pandemia, il lockdown e la didattica a distanza, certo, ma anche qualcosa di più: l’adolescenza, secondo lo psicoterapeuta Matteo Lancini è una «età tradita». Da chi? Da tutti quegli adulti fragili che cullano i desideri dell’infanzia e poi stroncano gli slanci dell’adolescenza.

Dottor Lancini, anche sulla dad e il rientro a scuola, a decidere sono stati gli adulti. L’ennesimo tradimento? «Sulla scuola il tradimento riguarda l’idea che la didattica a distanza sia stata solo troppe ore passate al computer e che sia tempo di far tornare tutto a com’era prima. Ma internet non è solo il luogo della perdizione, è il luogo dove nella società odierna si resta in contatto, e ormai sappiamo che la povertà digitale è povertà educativa. Le scuole vanno riaperte, con investimenti non solo sulle strutture ma per una scuola davvero digitale, ad altissimo collegamento, sempre in presenza, sempre aperta e sempre connessa. O capiamo che il futuro dei ragazzi è legato alla possibilità di integrare la presenza fisica con quella che ormai andrebbe chiamata vita "onlife" riprendendo una definizione di Luciano Floridi, o questa pandemia non sarà servita a niente».

Queste decisioni vengono prese da adulti che lei descrive fragili e narcisisti. Cosa intende? «La società narcisistica è la società odierna dove si è concentrati su se stessi, dove non si vede l’altro. La fragilità degli adulti è questo: anziché identificarsi come madre e come padre con il proprio figlio, o come scuola con lo studente, si cercano ed erogano funzioni educative, familiari, affettive o scolastiche per sentirsi a posto con il proprio dovere. I ragazzi capiscono se questi adulti sono risorse a cui rivolgersi, o presenze inutili, se non ostacoli. E a quel punto si rivolgono ai coetanei, a internet o ad altre agenzie che non hanno mandati formativi. E questo è un problema».

Lei parla di adulti fragili, ma anche di bambini «adultizzati» e adolescenti «infantilizzati». Che significa? «Esiste un sistema di famiglia, società, economia, che spinge i bambini - e lo sottolineo da anni - a muoversi nella direzione di un adattamento e di una precocizzazione: li si manda all’asilo a sei mesi, li si abitua a socializzare, possono fare quello che vogliono a patto che l’adulto non li veda soffrire... poi arriva l’adolescenza e improvvisamente si scopre che questi ragazzi che passano il tempo su internet, sono sregolati, espressivi, creativi, non ci piacciono più. E ancora una volta gli adulti in nome di una propria fragilità chiedono un iperadattamento. Ma se questi ragazzi arrabbiati per questo voltafaccia di mamma e papà, della scuola e della politica mettessero a ferro e fuoco la società, non parlerei di età tradita. Invece questi ragazzi mettono a ferro e fuoco il proprio corpo, con gesti autolesionisti, suicidi, ritiro sociale, disturbi della condotta alimentare».

Perché non c’è più la ribellione di un tempo? «Una volta il modello educativo era quello della sottomissione e della ribellione, oggi si cresce non più per opposizione, ma per delusione. I ragazzi si sentono deludenti di fronte ad adulti che hanno caricato l’infanzia di aspettative, e ora non riescono a tollerare quello che sono diventati».

Perché gli adulti non se ne accorgono? «Perché non vedono la sofferenza del figlio. Anziché dare la colpa a internet, facebook, instagram, che peraltro hanno creato loro, dovrebbero chiedere: parlami un po’ di come va in internet oggi, parliamo di perché sei triste. Ma per vedere l’altro occorre essere forti, credere in se stessi. Se l’adulto è fragile spetterà all’altro, figlio o studente, prendersi carico delle sue scelte».

Lei critica anche i famosi «no che aiutano a crescere». «In realtà è una frase bellissima, a patto che si inizi a metterla in atto da subito. Non contesto i no, ma chi lascia fare ai bambini quello che vogliono e poi inizia a dire no a 13-14 anni, quando i ragazzi devono iniziare ad essere autonomi».

Che consigli darebbe ai genitori? «Che se si punta sulla relazione bisogna accettare che il proprio figlio è unico e quindi non serve cercare la "ricetta" perfetta. Un altro aspetto fondamentale è non interessarsi solo all’andamento scolastico ma trovare il modo di chiedere ai figli "come vai in internet". Infine contrastare l’iperadattamento dei giovani e la rimozione del dolore, avere la capacità di condividere con loro il tema delle cadute, degli inciampi, della morte come parte costituente della vita. La fragilità adulta è talmente potente che quando un bambino si uccide si dà la colpa a internet o alle challenge, invece di riuscire a dire cosa è davvero accaduto».

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