Cronaca

A Vobarno c’è un castagno di 500 anni che ha bisogno di cure

La «Vrangina del Cùel», 8 metri di tronco e 18 di altezza, necessita di essere liberata dai rovi e di una potatura
Ubaldo Vallini
Il castagno tra i rovi
Il castagno tra i rovi

È vecchio, vecchissimo. E come tale, a dispetto della sua robustezza, necessita di cure adeguate. È uno dei castagni più grandi dell’Italia settentrionale e per tutti è la «Vrangina del Cùel». Si crede abbia cinquecento anni, come hanno stimato alcuni studiosi.

La storia

Il nome «Vrangina» sembra sia riferito alla sua provenienza: la montagna perticarola di Levrange;«Cùel», invece, è la sua secolare dimora, ovvero l’omonima località che si trova sui monti di Vobarno, di fronte alla frazione Carpeneda, dall’altra parte del fiume Chiese. Località raggiungibile solitamente passando da Cargiù. Se ne sta lì, la Vrangina del Cùel, da mezzo millennio e con elegante signorilità. Costituisce uno dei monumenti verdi ospitati sul territorio, testimone delle peculiarità ambientali, ma anche della storia passata.

Com'era il castagno
Com'era il castagno

Cinquecento anni... Vuol dire che quando venne piantata, o crebbe spontaneamente, era il tempo della Riforma di Lutero e che, dall’alto dei suoi prati, ha visto – si fa per dire – passare da Vobarno i lanzichenecchi. Significa che, quando nel 1797 le truppe napoleoniche devastarono la valle, la nostra Vrangina era già una «matura signora» sui duecentocinquant’anni, o giù di lì! Vi pare poco? Ebbene: ancora oggi, tenuto conto degli acciacchi regalatigli dagli anni, la Vrangina è una figura di tutto rispetto: 8 metri di tronco e 18 di altezza. Alla base presenta una vasta cavità nella quale – dicono da queste parti –, un antico abitante della vicina cascina tenesse all’ingrasso il maiale. Da lì si abbraccia la corona di monti che sovrasta la Valle: le montagne di Teglie, il Besume, la chiesetta dei partigiani… La vecchia signora negli ultimi tempi è stata un po’ trascurata e avrebbe bisogno di un briciolo di maquillage.

L’appello

Sarebbe quindi tempo di una potatura, di una pulizia dei luoghi circostanti invasi da boscaglia e rovi. Insomma di essere valorizzata e – perché no? – un po’ coccolata. Come del resto è avvenuto negli anni passati: prima perché sotto le sue fronde erano appetibili i suoi tondeggianti frutti, lo sono ancora, ma meno ricercati; poi sull’onda di una volontaria cura del territorio che pare scemare. L’ultima volta, qualche anno fa, come viene documentato in fotografia. Non ha voce, la Vrangina, ma la sua richiesta d’aiuto arriva chiara al cuore di chi solo la guarda.

La speranza è che le grida della vecchia signora dei monti vobarnesi non si disperdano nel nulla e che quanti hanno a cuore il nostro patrimonio verde (e responsabilità) porgano buon orecchio al suo richiamo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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