Cronaca

Messa incinta dal padre, «donne invisibili in queste comunità»

Donatella Albini, medico ed esponente di Sinistra italiana, commenta il terribile caso avvenuto in provincia: «Serve un grado di civiltà in più per contrastare queste situazioni»
Andrea Cittadini

Andrea Cittadini

Vicecaporedattore

Donatella Albini - © www.giornaledibrescia.it
Donatella Albini - © www.giornaledibrescia.it

Donatella Albini, qual è il suo primo pensiero davanti alla notizia della minorenne violentata e messa incinta dal padre?

«Presa da una tenerezza indicibile rispetto a questa ragazzina e chino il capo perché davanti a tanta sofferenza è difficile guardare una persona negli occhi. Sono addolorata come donna e ferita come medica. Mi chiedo come nessuno e nessuna possa aver capito cosa stesse patendo questa giovane. Penso alla scuola, a chi abita vicino, penso al medico di base di quella stessa famiglia. Guardate, basta proprio uno sguardo, guardare gli occhi, guardare il corpo come si muove, guardare le mani».

La notizia riaccende il dibattito sulla questione culturale. Quanto incide realmente?

«Parliamo di una cultura patriarcale, dell’annullamento della donna come essere libero e pensante, proprietà dell’uomo. D’altro canto, i femminicidi e le violenze nel nostro Paese ne sono la testimonianza. È una cultura molto accentuata in alcune regioni del mondo, in cui incrocia il fondamentalismo religioso, molto, molto lontano dalla stessa cultura religiosa di partenza».

Tra rispetto delle diverse culture e limiti invalicabili esiste un confine? E qual è?

«Il rispetto che non può essere travalicato, il rispetto della dignità della donna, della sua libertà, dei suoi diritti, che sia moglie, figlia, madre o collega. Il rispetto dei minori».

In casi come questi c’è un padre che abusa e un contesto familiare che resta in silenzio se non connivente. È un problema di sistema?

«Sì, si tratta anche di un problema di sistema. Stiamo parlando di comunità periferiche, emarginate, in cui le donne sono invisibili e gli uomini vestiti di pregiudizi. Serve accoglienza, dialogo, a partire dalle stesse donne, quelle che non si vedono, che vivono nella violenza e nella paura e proprio per questo non sanno più cosa significa proteggere le loro figlie. Non sanno dove sta il limite tra il padre, l’essere padre, l’essere madre e l’essere rispettosi reciprocamente, a partire quindi dalle donne di quelle stesse comunità».

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Violenta la figlia che resta incinta

Cosa si può fare come società e come bresciani?

«Riprendere in mano il filo della tessitura di una comunità che sa accogliere, che ascolta, che guarda negli occhi, che guarda come si muovono queste donne. Può essere la scuola? Può essere il punto comunità? Io credo che i bresciani e le bresciane abbiano grandissima tradizione di accoglienza, di ascolto e di gentilezza rispetto a tutte le comunità che ospitiamo nella nostra città. Serve uno sguardo, un luogo accogliente e saper andare oltre le parole dette. Serve insomma un grado di civiltà in più. Mi è capitato di incontrare una situazione identica molti anni fa. E la mia prima attenzione è stata accogliere la ragazzina, guardarla negli occhi e accudirla, farle restituire dignità al suo corpo violato in tanti sensi e seguirla con grande attenzione, con grande cura, insieme a tutto il personale del mio reparto. È servito? Penso di sì. E questo più prima di tutto noi dobbiamo fare».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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