Cronaca

«Tante inchieste, poche condanne: sempre più difficile provare la mafia»

L’analisi a Claudio Castelli, ultimo presidente della Corte d’appello di Brescia
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

Claudio Castelli, ultimo presidente della Corte d'Appello di Brescia
Claudio Castelli, ultimo presidente della Corte d'Appello di Brescia

La nostra provincia, da anni, è territorio di elezione delle mafie. Della ‘ndrangheta in particolare. Il nostro territorio si fa preferire a molti altri per la capacità di generare ricchezza e di offrire così alla criminalità organizzata occasioni per mettere a profitto il frutto dei reati commessi altrove: per riciclare quello che in gergo viene definito il provento dell’attività illecita. A dirlo, oltre alle segnalazioni per operazioni in odore di criminalità organizzata delle quali riferiamo in queste pagine, sono le relazioni semestrali della Dia, ma anche le statistiche giudiziarie.

Nonostante siano diversi i fascicoli aperti per associazione di stampo mafioso e nei quali i reati ipotizzati vengono contestati anche nella formula aggravata dal metodo mafioso, sono poche, pochissime le sentenze, che sotto questo profilo accreditano l’impostazione accusatoria. Le condanne ci sono, ma non per mafia. Abbiamo chiesto un’analisi a Claudio Castelli, ultimo presidente della Corte d’appello di Brescia.

La mafia a Brescia c’è, lo dicono le statistiche. Ma le statistiche dicono anche che sono pochissime le sentenze che hanno accertato la sua esistenza. Sa spiegare il perché?

«Fortunatamente Brescia è una realtà imprenditoriale che si dà da fare e che produce ricchezza. La ricchezza inevitabilmente attira chi ha bisogno di riciclare i suoi guadagni illeciti. Quindi non mi sorprende affatto che Brescia sia al quinto posto della classifica nazionale per operazioni sospette. Come non mi sorprende nemmeno che siano poche le sentenze di condanna per associazione mafiosa o metodo mafioso, nonostante siano tante le indagini. Si tratta di inchieste sempre più difficili, perché le mafie hanno cambiato pelle, indossano completi di alta moda e camicie inamidate, non compiono più fatti di sangue eclatanti. Le inchieste sono sempre più complicate. Anche perché c’è una zona grigia che copre queste situazioni border line».

Per zona grigia cosa intende?

«Mi riferisco sostanzialmente a quell’area di professionisti che collaborano con la criminalità organizzata senza farsi troppe domande».

Le mafie hanno cambiato pelle, gli strumenti legislativi per contrastarle hanno tenuto il passo o scontano qualche ritardo?

«Quando è stato strutturato il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso il legislatore ha previsto una serie di elementi caratteristici: mi riferisco alla forza di intimidazione del vincolo associativo e alla condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti. Tutti elementi da provare per arrivare ad una condanna per mafia. E non è facile dimostrarli, soprattutto a Brescia dove la criminalità organizzata opera con modalità sostanzialmente incruente».

Il procuratore nazionale antimafia parla di immedesimazione delle mafie nel mercato. Che ne pensa?

«Che ha assolutamente ragione».

Quindi estirpare la criminalità organizzata dal tessuto economico sarà sempre più difficile?

«Facile non è, soprattutto se l’impresa sana non si renderà conto che fare affari con le mafie sembra vantaggioso, ma non lo è. Che non si può approfittare di loro, perché appena dai loro un dito ci rimetti nel volgere di poco tutta la tua azienda. Ed è una strada senza ritorno. Per sconfiggerle è necessario inoltre che i soggetti economici innalzino la soglia dell’attenzione, che restino più che vai vigili e che restituiscano degli indici sicuri. Per arrivare a processo e alle condanne i sospetti del resto non bastano, servono le prove».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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