Suicidio in carcere a Brescia, assolte psichiatra e psicologa

Non avevano un quadro completo della situazione clinica del detenuto e per questo non possono essere ritenute colpevoli. È, in sintesi, la motivazione con cui il gup Andrea Guerrerio ha deciso il non luogo a procedere per una psichiatra e una psicologa operative nel carcere di Canton Mombello, accusate di omicidio colposo per la morte di un detenuto di 22 anni che il 5 ottobre 2020, nel pieno della seconda ondata di Covid, si tolse la vita nella sua cella.
Un dramma che coinvolse un giovane segnato da un passato pesante: era stato a lungo vittima di abusi sessuali da parte di un anziano residente in provincia e che ancora oggi è sotto processo per casi che hanno riguardato un altro ragazzo. Il 22enne si impiccò dopo 48 ore in isolamento, passaggio all’epoca, con il Covid, fondamentale prima del vero e proprio ingresso in cella.
Secondo la Procura, che aveva chiesto il processo così come le parti civili, le due professioniste – in servizio per l’Asst Spedali Civili, Sanità Penitenziaria – non avrebbero seguito le linee guida sulla prevenzione dei suicidi in carcere, sottovalutando i segnali di rischio e non ponendo il detenuto in sorveglianza «a vista» o «ogni 15 minuti».
La tesi difensiva
Ma per il giudice, che ha accolto la tesi difensiva, le imputate non avevano gli strumenti per valutare correttamente la gravità della situazione. Stando alla ricostruzione emersa durante l’udienza preliminare nel fascicolo sanitario del carcere, infatti, mancavano documenti essenziali: referti, relazioni e cartelle cliniche che avrebbero rivelato i precedenti tentativi di suicidio e i ricoveri psichiatrici dell’uomo, avvenuti pochi mesi prima negli ospedali di Leno, Desenzano e Manerbio. Informazioni decisive, rimaste fuori dal circuito penitenziario.
«Le due dottoresse – scrive il giudice motivando il non luogo a procedere – hanno operato sulla base di dati parziali, senza poter conoscere il reale stato psichico del detenuto». A ciò si aggiunse il contesto emergenziale del periodo in cui avvenne il suicidio, ovvero nell’ottobre 2020 con il Covid a dettare tempi e condizioni di vita. Un quadro che rese più difficili i contatti diretti anche ovviamente dietro le sbarre di Canton Mombello e la sorveglianza ravvicinata dei detenuti.
Il tribunale ha quindi concluso che «il fatto non costituisce reato», escludendo qualsiasi profilo di colpa a carico delle due professioniste.
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