Gaza, l’infermiere Guerrieri: «Metà dei pazienti sono minori»

Nicolò Rizzardi
L’operatore di Emergency, residente da dieci anni a Brescia, è impegnato in un ospedale a sud della Striscia, dove sono tornate a cadere le bombe
Roberto Guerrieri, infermiere Emergency nella Striscia
Roberto Guerrieri, infermiere Emergency nella Striscia
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Dopo quasi due mesi di tregua, sono tornate a cadere le bombe sulla striscia di Gaza. Nella notte tra lunedì e martedì, l’esercito israeliano ha lanciato nuove operazioni militari ad ampio raggio, con l’obiettivo dichiarato di liberare gli ultimi ostaggi ancora in prigionia e di smantellare la rete di Hamas. A pagare il prezzo più alto è la popolazione civile di Gaza: solo nelle prime ore di bombardamenti le vittime si contano a centinaia.

Abbiamo parlato di questa difficile situazione con Roberto Guerrieri, infermiere, romano d’origine ma residente a Brescia da oltre dieci anni, attualmente impegnato nell’ospedale allestito da Emergency a Khan Younis, nel sud della Striscia.

Qual è la situazione generale a Gaza in queste ore?

Non abbiamo molte informazioni al momento: sono ripartiti i raid e siamo in attesa di capire come evolverà la situazione. Sicuramente ci sono state vittime e sfollati.

In cosa consiste la missione di Emergency a Gaza?

Noi siamo dentro la Striscia da agosto scorso, e abbiamo iniziato l’attività clinica da novembre. Siamo inizialmente partiti con il supporto ad un’Ong locale – Cfta – fornendo alla loro clinica supporto di salute generale, supporto infermieristico, ambulatorio ginecologico e pediatrico. Da gennaio stiamo poi operando nella nostra clinica ad Al-Quarara, con anche un punto di primo soccorso.

Come staff internazionale, siamo al momento 12 persone, più un team chirurgico che opera negli ospedali pubblici di Gaza. Ad oggi, trattiamo ogni giorno un centinaio di pazienti, più della metà dei quali sono minori, anche se ci aspettiamo un incremento del numero nei prossimi giorni.

In un recente rapporto Onu si fa riferimento all’utilizzo della fame e della scarsità di cure mediche come arma da parte dell’esercito israeliano. Qual è la vostra percezione in merito?

Purtroppo confermo: in questo momento sono stati bloccati gli ingressi degli aiuti umanitari, creando un embargo totale su cibo e farmaci. Noi, grazie al coordinamento dell’Oms, eravamo fortunatamente riusciti a fare scorta di materiale sanitario: al momento siamo coperti, ma non sappiamo quanto questo periodo di blocco durerà. Il riscontro immediato è stato un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, che già cominciano a mancare.

Sottolineo inoltre che un atto grave è stato il taglio dell’elettricità per gli impianti di desalinizzazione ancora in funzione e che garantivano acqua potabile alla popolazione; diverse agenzie Onu stanno intervenendo, cercando di fornire generatori, ma comunque la scarsità di acqua potabile è destinata a peggiorare di giorno in giorno.

Prima di questa nuova fase si era parlato della ricostruzione. Voi avete raccolto alcune sensazioni tra la popolazione locale in merito?

La maggior parte della gente ha tentato disperatamente di tornare sul suolo su cui prima sorgeva la propria casa. L’essere sfollati è poi un qualcosa che la popolazione teme; diverso è la possibilità di ottenere corridoi umanitari, accedendo a quelle forme di protezione che dovrebbero essere garantite ad una popolazione che subisce la guerra. Ma, al momento, questo nessuno lo sta prevedendo. La gente è molto disorientata: non ha modo di pensare al domani, ma solo alla mera sopravvivenza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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